Il tempo ritrovato di Terre di Toscana

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Terre di Toscana, l’evento organizzato dagli amici della rivista web l’Acquabuona (www.acquabuona.it), è senza tema di smentita la più interessante ed esaustiva degustazione che si svolga durante l’anno in Toscana, e di gran lunga la più frustrante.

Troppi gli assaggi meritevoli di attenzione, troppi i vini da scoprire e riscoprire, al punto che l’evento dovrebbe durare una settimana, chiudendo per consunzione dei produttori e dei visitatori presenti, non necessariamente in quest’ordine! Chi Vi scrive quest’anno ha potuto essere presente solo nella giornata di lunedì, che fortunatamente è anche quella dedicata all’esposizione delle vecchie annate, portate a scelta delle aziende per illustrare la propria filosofia di produzione, la riuscita sorprendente di un millesimo considerato minore, ecc. I miei appunti di degustazione, lungi dall’essere esaustivi, partono pertanto da questi spunti per scoprire almeno alcuni dei tesori nascosti sui banchi.

Tanto per iniziare, un Cabernet Sauvignon prodotto in Chianti Classico, in anni caratterizzati dalla moda dei vini maturi ed estrattivi potrebbe non dare grandi garanzie di longevità. Preconcetto smentito dal Buriano 1996 di Rocca di Castagnoli, dall’acidità deliziosamente integrata, palato polposo di confettura di ciliegia e di prugna con note di cioccolato, tannino impeccabilmente rifinito.

A fronte, la gamma dei Chianti Classico delle due tenute aziendali: appunto Rocca di Castagnoli presso Gaiole in Chianti, e Tenuta di Capraia sulle argille sotto Castellina, che produce vini più maschi nella struttura. Tutti comunque equilibrati, ben bevibili, dal finale dolce di frutto. Tra l’altro, con due Gran Selezione tra le più territoriali e le meno mortificate da un eccesso di estrazione.

Lo stesso dualismo tra Castellina e Gaiole, tra i tanti che si potrebbero proporre in Chianti Classico, oppone e riunisce la Riserva Capannino 2008 di Bibbiano e la coeva Riserva di Badia a Coltibuono: grintosa, freschissima, persistente su frutta rossa e tabacco la prima, aerea, lucentissima, peposa, succosa e mirabilmente equilibrata la seconda. Due riuscite così ottimali e personali di un millesimo ingiustamente sottovalutato, da quasi oscurare le ultime uscite, vedi i rispettivi Chianti Classico 2016, entrambi avvolgenti, sapidi, equilibrati, dalla dolcezza non scontata.

Rimanendo in Chianti Classico, commovente rievocare la gentilezza e l’entusiasmo dello scomparso Roccaldo Acuti con il riassaggio degli Anfiteatro 2003 e 2005 di Vecchie Terre di Montefili. Annate potenzialmente minori, la 2003 per il clima torrido, la 2005 per la pioggia sotto vendemmia che penalizzò un millesimo che avrebbe potuto essere quanto mai interessante. Questa espressione di Sangiovese fonde la trama tannica con la freschezza, il frutto si distende con naturalezza, la polpa non dà segni di pesantezza. Adesso la storica azienda è in mano a nuova proprietà che sembra avere tutte le intenzioni e i mezzi per riportarla agli antichi fasti, e le auguriamo la massima fortuna.

Per rimanere al 2005, l’assunto che i millesimi problematici separano i produttori che operano aspirando alla qualità da quelli meno attenti è dimostrato dal Percarlo di San Giusto a Rentennano. Trattasi forse del Sangiovese più strutturato di tutto il Chianti Classico, ma la selezione feroce operata in vendemmia sfodera un tannino con nessuna asperità, un aroma di frutto nero intonso contornato di tabacco scuro e pepe nero, una freschezza ben conservatasi nascosta dalla pienezza del vino, ma che ne slancia la beva. Le ultime annate mostrano il consueto corpo imperioso secondo uno stile estrattivo che caratterizza gli ultimi anni dell’attività dell’azienda, ma al solito se ne attende con fiducia il futuro.

Trionfali anche le riuscite di Radda: d’obbligo la visita a Montevertine, non solo per un Pian del Ciampolo forse mai così succoso, accattivante, irresistibile nella beva (e vista l’etichetta è dire tanto); ma anche per Montevertine e Pergole Torte a loro volta raramente così propulsive, tese, futuribili, senza abdicare alla dolcezza del frutto e alle sfumature aromatiche.

Non da meno i risultati di Monteraponi: a fronte di un Chianti Classico 2016 che non ha avuto bisogno dell’affinamento in legno per rifinire uno splendido tannino, seguono Riserva Il Campitello e (ormai) IGT Baron’Ugo, entrambi 2015, dalla formidabile profondità sapida, magnificamente distinti per i suoli dove albergano i vigneti, galestro per la prima e alberese per il secondo.

Altra fermata d’obbligo Castell’in Villa, che sfoggiava una gamma di purezza e valore adamantini: un rosato come troppo poco spesso se ne vedono; un Chianti Classico 2013 la cui dolcezza ripartiva spedita da centro bocca; una Riserva 2011 chiusa aromaticamente ma equilibrata e futuribile; un Poggio alle Rose 2010 dolce, avvolgente, levigato; e, last but not least, una Riserva 2000 dai riconoscimenti olfattivi quasi deliziosamente fané, tra una nota di scorza di agrume, toni di cioccolato e ciliegia sotto spirito, ma con un palato dalla gioventù imbarazzante, fresca, che si allunga su un frutto dolce senza stuccare.

Mi accorgo di aver parlato esclusivamente di Chianti Classico (l’amico Martino Manetti di Montevertine mi perdoni…), ed in effetti ero meno soddisfatto dell’esaustività degli assaggi fatti alla relativa Collection in sede di Anteprime Toscane, che non di quelli di Montepulciano e Montalcino. Ma molte altre aziende avrei potuto citare, ilcinesi, poliziane, della costa, altrettanto interessanti, rappresentative, di golosa piacevolezza per l’appassionato. Lo spazio qui mi è tiranno, il tempo lo è stato nella mia degustazione.

Mi si consenta di finire in gloria con il formidabile Chianti Rufina Riserva 1993 di Selvapiana: elegantemente evoluto su toni agrumati al naso, splendido al palato per tonicità e saporosità: un vino che sfida il tempo, lo dilata, e moltiplica il piacere di berlo.

Riccardo Margheri

 

Foto di Martina Brescini