A bocce ferme. Anteprima Chianti Classico

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    A scrivere di Chianti Classico confesso di avere di un problema: l’obiettività non mi soccorre. Amo i luoghi, e l’orgoglio delle persone che li abitano. Mi affascina la cura certosina del fare che esse profondono. Mi rimane impressa la finta semplicità di tanti assaggi nei quali la suprema piacevolezza di beva si coniuga con la profondità e la complessità aromatica. Subisco inerme la suggestione delle vecchie annate. E potrei continuare a lungo.

    Ciò detto, proprio il rispetto e l’amore che porto alla denominazione mi conduce ad analizzare con attenzione le risultanze dei miei assaggi (assolutamente non esaustivi ma ritengo sufficientemente rappresentativi) alla Chianti Classico Collection; con lo scopo di trarne una chiave (o chiavi) interpretativa adeguata per una realtà così complessa e variegata, e oltretutto di grandi dimensioni.

    Tralasciata la degustazione delle campionature delle annate 2017 in affinamento, che ho ritenuto a priori poco leggibili e che comunque avrò occasioni di riassaggiare, mi sono dedicato con grande godimento ai Chianti Classico 2016: millesimo che mi si è confermato di grande coesione tra frutto, vibrazione acida e maturità tannica, classico nel profilo e accattivante nella succosità.

    Apprezzabile la sempre maggiore caratterizzazione dell’impronta territoriale di ogni singolo vino: il Chianti Classico è denominazione estesa e assolutamente non uniforme, per altezza sul livello del mare, escursioni termiche, esposizioni, composizione dei suoli (ad es. che il galestro si trovi ovunque è una pura leggenda metropolitana). Sempre più facilmente si distingue l’aerea leggerezza di Lamole dal maschio tannino di Castellina, la filigranata complessità di Radda dall’immediatezza di frutto di Greve, ecc.

    Anteprima Chianti Classico

    Non è un caso che sempre più frequentemente si parli di denominazioni comunali. Rilevante apprezzare in una certa misura queste distinzioni anche in campioni con il taglio internazionale (permesso dal disciplinare) in uvaggio: la presenza del Merlot e del Cabernet dilaga molto meno che non solo pochi anni fa, i legni sono più integrati e meno invasivi.

    La ricerca della maggiore struttura non impedisce l’identificazione territoriale anche delle Riserve: deliziosi i riassaggi delle 2014, annata disgraziata affrontata in generale con grande sapienza, giocata “in levare”, non sull’estrazione ma sull’equilibrio. Vibrante l’acidità nelle 2013, talora scorbutiche ma verosimilmente destinate a un futuro interessante. Annate più datate si mantengono ancora in splendida forma, mentre le poche 2015 assaggiate non soggiacciono affatto alla mollezza che poteva derivare dall’annata calda.

    E veniamo alla Gran Selezione, simbolo dello sforzo del Consorzio per affermare, specie all’estero, l’immagine del Chianti Classico come vino di assoluta classe, ma osteggiata da più di un piccolo produttore che ne contesta la non sufficiente “chiantigianità”, il perfettibile legame con il territorio, la mancanza di coraggio nel distinguersi con l’obbligatorietà per il Sangiovese in purezza.

    In questa tipologia, la ricerca della struttura è più insistita, la presenza del legno dell’affinamento più evidente; ma traspare la dedizione dei produttori che la praticano nel selezionare per essa le migliori uve, e non mancano gli esempi mirabilmente compiuti, non solo per levigatezza di tannino, ma per equilibrio e abbondanza di sfumature.

    In generale un panorama positivo, dove non mancano le opzioni per bene bene e al giusto prezzo vini di diversa complessione e stile. Come mi è capitato più volte di affermare e scrivere, non vi sono molte (e non solo in Italia) denominazioni di origine, o se preferite zone di produzione vinicola, così consistente e affidabili dal punto di vista qualitativo, che forniscono dovizia di occasioni di acquisto di bottiglie passibili di un’interessante evoluzione ad un costo così contenuto. Una circostanza che l’ultima Chianti Classico Collection ha confermato, e di cui usufruire senza riserve.

    Riccardo Margheri