Franciacorta è un vino di moda, sulla bocca di tutti gli appassionati, ma in realtà molto più chiacchierato che non effettivamente frequentato

Dopo la sbornia festaiola (figurata e letterale…), dopo libagioni di bollicine di ogni forma, dimensione e provenienza, vale la pena di una riflessione decontestualizzata in merito a uno degli spumanti italiani di maggiori ambizioni, anche e soprattutto in forza dell’attuale successo sui mercati internazionali.

Anche se le percentuali non sono quelle travolgenti del boom del Prosecco, pure il Franciacorta giustamente si compiace di una crescita a due cifre dell’export. 2.880 ha vitati, 113 aziende, vendite all’estero su di più dell’8%. È un vino di moda, sulla bocca di tutti gli appassionati, ma in realtà molto più chiacchierato che non effettivamente frequentato; e quando ciò avviene, in realtà si tratta quasi sempre dei consueti marchi più blasonati e più pervasivamente distribuiti.

Ghiotta dunque l’occasione di approfondirne la conoscenza offerta dalla tappa novembrina in quel di Firenze del road show istituzionale Festival Franciacorta: con una trentina di produttori presenti valeva la pena di sfidare il traffico delirante di una giornata piovosa per l’opportunità di una sessione di assaggi, se non esaustiva, certamente abbastanza significativa. Ecco le impressioni (generali) riportate nell’evento.

In primo luogo, un rassicurante livello qualitativo generale. Chi Vi scrive ha volutamente ricercato le aziende meno note, spesso mai incontrate nelle mie passate occasioni di incontro con il Franciacorta. Trattasi spesso di precedenti conferitori di uve che hanno affrontato il grande salto vinificando in proprio, oppure magari di chi ha intravisto un business potenziale e vi si è buttato a pesce. Nell’uno e nell’altro caso, e nelle diversità stilistiche, sarà magari la solidità imprenditoriale dell’operoso Nord della penisola, ma anche presso produttori non certo storici ho sempre incontrato cuvée di impeccabile fattura e sobria definizione; e le episodiche riduzioni o imperfezioni aromatiche, un minimo di ossidazione o qualche nota acida un po’ scomposta erano verosimilmente più da attribuire a bottiglie (leggi tappi) sfortunati o sboccature troppo recenti.

Gradita sorpresa infatti è stato il vedersi presentare (in generale) bottiglie per le quali erano già trascorsi i canonici almeno sei mesi dal degorgement, imprescindibili per consentire a uno spumante metodo classico di trovare compiutezza e unità in tutte le sue componenti strutturali (es. risolvere in una superiore sintesi la dicotomia tra acidità e morbidezza fruttata), e dispiegare tutto il proprio potenziale aromatico. Da questo punto di vista, non più quindi soltanto la triade crosta di pane/brioche/note rotie (pane arrostito) sulla quale i Franciacorta (e non solo) si appiattiscono quando rilasciati sul mercato con troppa urgenza. Ma anche convincenti slanci fruttati, bella riconoscibilità delle note agrumate dello Chardonnay, dei frutti di bosco del Pinot Nero, del vegetale (a volte anche troppo, in verità) del Pinot Bianco, quando questo era presente nell’uvaggio.

Auspico pertanto che ciò sia il generale risultato di una pianificazione dell’attività aziendale tesa a garantire ai consumatori di accedere a bottiglie nel pieno della loro godibilità. In soldoni: se la stragrande maggioranza degli spumanti si vende nel periodo delle festività, che almeno le sboccature siano programmate con adeguato anticipo, che diamine! La ciliegina sulla torta sarebbe poi consentire al cliente finale di decidere con criterio i propri acquisti, e di apprezzare questa cura esecutiva riportando la data del degorgement in etichetta: ciò, purtroppo, fatte salve alcune virtuose eccezioni, rimane per lo più un pio desiderio.

Ho accennato a diversità di stili. Mi è sembrato di notare una certa polarizzazione tra la ricerca di una suadenza insistita, con dosaggi zuccherini generosi e comunque a monte una maturità delle uve piuttosto spinta, talora un poco a scapito della freschezza; e, all’opposto (e molto più nelle mie corde, peraltro), alcune etichette di grande “verticalità” e spinta acida e minerale (chiedo scusa ai puristi, ma ho intenzione di continuare a usare impunemente questo termine, perché mi rende bene l’idea). Questa seconda tendenza, vivaddio, trovava anche precise corrispondenze territoriali, specie per alcune etichette prodotte a Sud del Monte Orfano o nell’estrema parte Est del territorio della denominazione, dove molte vigne sono poste a quote più alte. Non mancano gli esempi riusciti in entrambe le interpretazioni (di pari dignità): dove si perde in profondità, si guadagna in immediatezza fruttata e golosa godibilità, non senza garbo ed eleganza. È scelta affatto personale preferire uno dei due modelli, e l’uno non esclude l’altro a seconda dell’occasione di fruizione, leggi convivio di wine geeks/autori di blog/sommelier sussiegosi, versus un’allegra comitiva di amici: scherziamoci un po’ sopra… J

Rapporto con il legno. Qui mi pare ci sia ancora un po’ di strada da fare. L’aspirazione di qualunque produttore di spumanti di questo mondo è convincere la totalità della propria clientela potenziale che le bollicine (anche quelle franciacortine, nonostante il termine sia inviso nella denominazione…) posso essere godute a tutto pasto, accompagnando qualsiasi tipo di portata, e non soltanto per l’aperitivo o un brindisi di fine convivio. Il che, peraltro, è assolutamente vero. Di qui l’idea (o se si vuole, l’ansia) di impartire un affinamento il legno alle basi spumanti per aumentare il volume al palato del prodotto finale, renderlo più “vino” in termini di pienezza nell’impressione sub-liminale del consumatore. Nulla di male in ciò, ma occorrono mano sicura e sensibilità per schivare il pericolo di rovinare l’equilibrio gustativo (eccesso di morbidezza a scapito della tensione acida). In questo frangente, specie i Satén possono essere un poco a rischio Inoltre, è tassativo poter disporre di un legno di alta qualità, non troppo tostato (ovvero aromaticamente invadente) né tanto meno eccessivamente ossidativo nel proprio intervento. La mia sensazione è che specialmente l’evoluzione dello spumante (leggi aumentando la distanza temporale dalla sboccatura) sia più di una volta condizionata negativamente dall’apporto del legno. E confinare un vino come il Franciacorta a un consumo quasi immediato è francamente un peccato.

Questione prezzi. Tra gli assaggi effettuati, specie presso aziende meno blasonate, chi Vi scrive ha rinvenuto più di un’etichetta (a mio giudizio) assolutamente gradevole, acquistabile in cantina a una cifra ricompresa tra i 15 e i 20 Euro. Ovvero è possibile aggiudicarsi un buon spumante metodo classico ad un costo pericolosamente simile a quello di un buon Prosecco in enoteca. Ciò detto, la valutazione del rapporto prezzo/qualità rimane ovviamente un fatto personale, connesso peraltro alla reperibilità di vini potenzialmente concorrenti, il che vuole dire soprattutto Champagne.

Ora, sussistono delle motivazioni intrinseche per le quali il prezzo di un Franciacorta può essere poco concorrenziale nei confronti di uno Champagne: se non altro, il territorio della denominazione è nettamente più piccolo e quindi la reperibilità delle uve più difficoltosa, con conseguente aggravio dei costi di produzione (si noti che tale problema non tocca le aziende familiari che lavorano le proprie uve, e infatti spesso sono proprio quelle che propongono prezzi competitivi per etichette di pregio). Inoltre, il periodo minimo di affinamento sui lieviti stabilito dal disciplinare italiano è maggiore, molti produttori diligentemente lo prolungano ulteriormente a fini qualitativi, e l’immobilizzo del vino in cantina ha un costo.

Nonostante tutto questo, se in un’enoteca del Bel Paese si finisce per comprare un Franciacorta ad un prezzo mediamente superiore od uguale a quello che si paga per uno Champagne “medio” in un’enoteca francese, ovvero (in altri termini) se i rispettivi listini per l’estero sono paragonabili, è chiaro che a livello di grandi numeri di export la scelta è presto fatta. D’altra parte, molti appassionati italiani “evoluti” si procurano lo Champagne acquistandolo da piccoli importatori o direttamente in Francia, per delle cifre non troppo dissimili da quelle di uno spumante metodo classico italiano.

Nel mercato globale, l’allure e la storia plurisecolare delle bollicine francesi possono essere attaccati solo in termini di prezzo competitivo a fronte di una qualità percepita elevata. Causa staticità della filiera dei costi, i più recenti orientamenti della (nuova) presidenza del Consorzio della Franciacorta vanno nella direzione di spingere sul pedale, appunto, dell’incremento qualitativo, con una variazione mirata del disciplinare. Vedremo se ciò sarà sufficiente a garantire a questo importante prodotto italiano una fama planetaria che in certa misura già merita, ma i consumatori esteri di vino ancora non gli riconoscono.

Riccardo Margheri