Viandante del Cielo. Lo splendido panorama dalla proprietà
Viandante del Cielo. Lo splendido panorama dalla proprietà

Una storia vinicola che si sviluppa come una sceneggiatura cinematografica. Prima un foglio bianco, rappresentato da una collina sulla sponda nord del lago Trasimeno e da ciò che resta di un antico Convento di Frati Cappuccini risalente al XVI secolo, collocato sul punto più alto della tenuta. Ventiquattro ettari, dei quali quattro vitati, con una vista spettacolare sulla campagna umbra e sul lago.

Poi, per tutto questo, arriva il radicale cambiamento, il nuovo inizio, il ritorno alla bellezza e alla vita, grazie alla decisone del gruppo americano “Skywalker” fondato dal celeberrimo regista George Lucas, di acquistare la tenuta e restituirla ad uno dei territori più suggestivi del nostro Paese.

E così come in una “Saga” holliwoodiana, il Convento diviene una grande casa, un simbolo dell’accoglienza e della “dolce vita “ italiana e quei quattro ettari diventano protagonisti di un bellissimo film intitolato “Viandante del Cielo”.

Viandante del Cielo. Michele Biraga
Viandante del Cielo. Michele Biraga

«Un progetto nato nel 2008 con l’acquisizione del convento e tra il 2010 e il 2011 con quello dei terreni per realizzare la cantina. L’idea è stata quella di vestire questi terreni con l’abito migliore». Così Michele Biraga poco più di trent’anni, un passato da commercialista e oggi direttore esecutivo di “Viandante del Cielo” racconta cosa è successo in quel meraviglioso angolo di Umbria, che è diventato, possiamo dire, la casa italiana della proprietà, come la definisce in perfetto “Corporate Management Style”.

«Una famiglia che, come sapete – continua Biraga – non viene dal mondo del vino, ma che possiede un grande senso del “bello” e alla quale non piace vedere luoghi abbandonati. Quando passeggiano nei dintorni e vedono luoghi lasciati andare, si informano sempre sulla possibilità di comprarli, non per un obiettivo di business, bensì per recuperarne il valore e restituirlo al territorio».

Il progetto vinicolo di “Viandante del Cielo” è stato affidato, nel 2011, a Maurizio Castelli, al quale è stata data “carta bianca” per sviluppare la dimensione enologica e l’identità vincola della produzione.

«A Maurizio è stata consegnata una nuda collina con l’incarico di vestirla con l’abito più bello ed elegante. Un lavoro sartoriale che avrebbe entusiasmato chiunque, così come è accaduto a Castelli che ha potuto scatenare tutto il suo talento enologico, con l’aiuto di Mery Ferrara».

Viandante del Cielo. Una vigna

Un progetto che sta compiendo un passo alla volta. Oggi, dopo qualche anno di lavoro, le bottiglie totali prodotte sono poco più di ventimila, nessuna fretta, nessuna forzatura. Le condizioni ideali, quasi un sogno per un enologo che sa che il tempo è una variante essenziale per questo lavoro. Pertanto grande studio e approfondimento in merito al territorio, alle condizioni climatiche e al lavoro di cantina.

I vini

Tre vini sono oggi il volto dell’azienda: “Viandante del Cielo”, “Pristinum” e “Lungolago”.

Il primo un taglio bordolese con Cabernet Sauvignon e Merlot, il secondo un blend di cinque vitigni autoctoni e il terzo, un bianco di Chardonnay e Grechetto che, con un adeguato passaggio in legno, porta, anch’esso, carattere e identità.

Viandante del Cielo. In cantina
Viandante del Cielo. In cantina

Da quanto racconta con passione Michele Biraga, si evince che la proprietà ha lasciato ciascuno dei collaboratori libero di muoversi, raccogliendo e portando a termine una sfida iniziata da zero e portata ad un ottimo attuale livello di qualità.

«Sono ancora dei “trailer” ma non siamo di fronte alla versione finale del nostro film – tiene a sottolineare Biraga con l’utilizzo di questi divertenti e coerenti riferimenti cinematografici. – Sarebbe presuntuoso ritenere che cosa stiamo degustando, sia già il nostro vino finito, ovvero ciò che saremo in futuro».

Passiamo dunque alla degustazione composta da una mini/verticale di “Viandante del Cielo” con le annate 2018, 2019 e 2020, dal “Pristinum” 2020 e dal “Lungolago” 2022.

Nei Rossi, una linea stilistica che si trasforma ma mantiene una precisa derivazione, «come un bambino che ha grandi cambiamenti nei primi anni di vita e successivamente si stabilizza nel suoi tratti» osserva ancora Biraga.

Viandante del Cielo. Verticale
Viandante del Cielo. Verticale

Note di degustazione

Viandante del Cielo 2018. Una prima annata che già rivela una precisione molto interessante, un panorama olfattivo molto accogliente, descrittivo e di bel fascino.

Al sorso una certa intensità caratterizza il gusto con un piacevole equilibrio di acidità e aromaticità.

Viandante del Cielo 2019. Al naso sentori più verticali rispetto alla precedente annata, con un carattere maggiormente vegetale, con il tempo troverà senza dubbio maggior pienezza. Coerenza del sorso nell’espressione piena e descrittiva del terreno e del vitigno. Decisamente intrigante.

Viandante del Cielo 2020. Ritroviamo quella vellutata consistenza olfattiva della 2018, con una bella declinazione dei sentori fruttati e aromatici. Un sorso di grande fascino ed eleganza prosegue la narrazione dell’Umbria e del lago. La ricchezza e la morbidezza con una notevole caratteristica di adeguata acidità compongono quello che indubbiamente sarà lo stile di questo viandante, capace di percorrere con nobiltà il proprio cammino.

Viandante del Cielo. La bottaia
Viandante del Cielo. La bottaia

Lungolago 2022. 60% Chardonnay, 40 % Grechetto

Profumi che al naso concedono piacevoli premesse. Il passaggio in legno arricchirà decisamente il sorso senza appesantirlo. Un bianco espressione del territorio che ispira l’immaginazione geografica.

Pristinum 2020. Ciliegiolo e quattro “attori caratteristi” ovvero i vitigni “Foglia Tonda”, “Pugnitello”, “Sanforte” e “Cannaiolo”.

Composto e ben equilibrato, un carattere preciso ed una bella permanenza del sorso. Piacevole aromaticità e sentore fruttato. Sorso di fresca identità.

Viandante del Cielo. Interni
Viandante del Cielo. Interni

Chiudiamo con una domanda a Michele Biraga, relativa al suo lavoro di un anno in una azienda vinicola in California.

Michele hai portato con te in Italia qualcosa del metodo californiano?

«Dalla California mi sono portato il concetto di collaborare con chi hai intorno. Farsi la guerra non porta a nulla, chiudersi in se stessi è dannoso. Al contrario creare collaborazione e sinergia con chi lavora accanto a te, nel medesimo territorio e con i medesimi obiettivi, porta un grande contributo alla crescita comune».

Andrea Radic