Un sistema solido, competitivo e fortemente orientato ai mercati esteri, ma chiamato a fare un ulteriore salto di qualità sul fronte dell’aggregazione e della ricerca. È questa la fotografia dell’agroalimentare dell’Emilia-Romagna scattata da Nomisma, con i dati presentati da Ersilia Di Tullio che mettono in evidenza il ruolo centrale della cooperazione nella creazione di valore lungo tutta la filiera.
Le cooperative agroalimentari regionali mostrano dimensioni significativamente superiori alla media nazionale: il fatturato medio si attesta intorno ai 32 milioni di euro, quasi tre volte rispetto ai circa 12 milioni italiani. Tra le prime 50 imprese del settore in regione, ben 19 sono cooperative, con un fatturato medio di 547 milioni di euro per impresa, vicino ai 588 milioni delle società di capitali. Ma è soprattutto sul fronte occupazionale che emerge il divario: 1.266 addetti medi contro i 732 delle imprese tradizionali.

Nonostante questi numeri, il percorso di crescita non è concluso. Solo il 26% delle cooperative supera i 10 milioni di fatturato e appena il 10% oltrepassa i 50 milioni, segno che il processo di aggregazione resta una leva strategica per rafforzare la competitività internazionale.
Il contesto regionale, del resto, è di primo piano nel panorama nazionale. L’agroalimentare emiliano-romagnolo vale oltre 31 miliardi di euro di produzione industriale (il 17% del totale italiano) e 11,6 miliardi di export (16%). Proprio le esportazioni rappresentano uno dei punti di forza: tra il 2020 e il 2025 la crescita è stata del 66,5%, ben al di sopra del +54,9% registrato nel resto del Paese.
A trainare sono soprattutto i comparti a maggiore presenza cooperativa. Il lattiero-caseario segna un +102% di export, seguito da carni lavorate e fresche (+75%) e frutta (+70%). Un modello che dimostra la capacità della cooperazione di integrare produzione, organizzazione e accesso ai mercati.
Emblematico il caso del Parmigiano Reggiano, filiera composta per il 70% da caseifici cooperativi: tra il 2021 e il 2025 la produzione è cresciuta del 2,4%, mentre il prezzo al chilo delle forme a 12 mesi è aumentato del 27,9%.
Accanto ai risultati economici, però, emergono criticità rilevanti. L’Emilia-Romagna è tra le regioni più esposte agli effetti del cambiamento climatico e alle emergenze fitosanitarie: tra il 2015 e il 2024 si sono registrati 19 eventi estremi, pari al 13% del totale nazionale, secondo solo al Piemonte.

A pesare è anche il quadro normativo europeo: il 66% degli agrofarmaci previsti dal regolamento UE non è stato approvato, riducendo a meno del 30% le sostanze attive disponibili per la difesa delle colture. Le conseguenze sono evidenti soprattutto nell’ortofrutta, dove tra il 2021 e il 2025 si registra un calo delle superfici coltivate: patate (-22%), pere (-40%), pesche e nettarine (-24%), kiwi (-10%).
Uno scenario che rafforza la necessità di investire in innovazione e ricerca, oltre che in processi di aggregazione. Perché, se la cooperazione si conferma un pilastro del sistema agroalimentare regionale, la sfida dei prossimi anni sarà consolidarne la struttura per affrontare un contesto sempre più complesso e competitivo.





















