Dieci anni in azienda non sono solo una soglia temporale. Per Giacomo Satta rappresentano un percorso compiuto, una trasformazione profonda che oggi si traduce in un’identità chiara e riconoscibile.
A Bolgheri, dove la storia recente del vino è già diventata patrimonio, Giacomo ha scelto di muoversi lungo un equilibrio sottile e consapevole: aderenza totale al territorio e attenzione costante alla contemporaneità.

Non più il giovane promettente, né semplicemente l’erede della visione pionieristica trasmessa da suo padre Michele, ma un vignaiolo di piena maturità, capace di interpretare Bolgheri con lucidità e di aprire nuove traiettorie, anche attraverso progetti e vini fuori dagli schemi più consolidati. Il suo sguardo oggi è personale, essenziale, profondamente attuale.

Giacomo, dieci anni in azienda: quando senti che la tua identità si è definita davvero?
«Quando smetti di cercare una forma e inizi a riconoscerla nei tuoi vini. Oggi so che il mio lavoro ha un filo conduttore chiaro: raccontare Bolgheri per quello che è, senza sovrastrutture, ma con un linguaggio contemporaneo. È un territorio fortissimo, non ha bisogno di essere forzato».
Accanto ai vini più rappresentativi dell’azienda, questa visione si esprime anche attraverso etichette più sperimentali, che raccontano il lato più “avanzato” del progetto: Cavaliere, Sangiovese in purezza; GiovinRe, Viognier in purezza; e Marianova, il vino più personale di Giacomo Satta, prodotto solo nelle annate migliori, affinato in anfora, blend di Syrah e Sangiovese, uscito per la prima volta con l’annata 2016.

Un moto innovativo sempre attivo che sta partorendo un nuovo progetto di cui non possiamo ancora parlare.
In che modo questa aderenza al territorio si traduce nel tuo lavoro quotidiano?
«Significa osservare molto e intervenire solo quando serve. In vigna lavoro seguendo ciò che l’annata richiede, senza dogmi, con pratiche rispettose e un approccio ispirato anche alla biodinamica. In cantina vale lo stesso principio: accompagnare il vino, non costruirlo».
Un aspetto centrale del suo lavoro è la sensibilità nell’uso dei materiali di fermentazione e affinamento. «Legno, acciaio, cemento, anfora: ogni vino ha un materiale diverso e una gestione di fermentazione specifica. In alcuni casi ho introdotto anche vinificazioni con i raspi. Il lavoro si complica, certo, ma è infinitamente più stimolante». È in questa ricerca continua che si inserisce anche il confronto con consulenze enologiche esterne mirate, come quella avviata recentemente con Vignerons Consultants.
Quest’anno Piastraia celebra le “nozze di perla”, trent’anni dalla prima annata. Che valore ha per voi questo vino?
«Piastraia è sempre stato il vino elegante dell’azienda. È nato nel 1991 con mio padre e ha attraversato tutte le fasi della nostra storia. Oggi è un simbolo importante, perché racconta come anche un vino possa evolvere mantenendo coerenza».

Come è cambiato Piastraia nel tempo?
«È cambiato insieme a Bolgheri. In origine includeva anche Sangiovese e Syrah; oggi invece esprime una totale aderenza al territorio bolgherese, con un blend di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. È una scelta che riflette una maggiore consapevolezza: meno interpretazione, più precisione. Con grande soddisfazione anche i principali degustatori e guide italiane e internazionali hanno confermato queste scelte con i più alti riconoscimenti ».
Dopo dieci anni in azienda, Giacomo Satta ha raggiunto una fase in cui visione personale e progetto produttivo coincidono pienamente. L’azienda Michele Satta oggi riflette la sua mano, il suo pensiero, il suo tempo.
“Io cambio con l’azienda, l’azienda cambia con me. Oggi l’azienda è completamente Giacomo Satta”.
Alice Romiti



















