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El Desafio de Jonata: una sfida vinta alla grande

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Il cugino di Screaming Eagle

Screaming Eagle, chi era costui? Per chi non fosse addentro ai vini californiani, basta dire che la quotazione media di una bottiglia è sui 1.200 $. Non è mia abitudine attribuire al prezzo la qualità, ma in questo caso può bastare. Un’icona della Napa Valley.

Ma qui parliamo di Jonata. Ho ordinato una bottiglia del Desafìo al Prima di Nashville, qualche mese fa, su consiglio di Angelo Ferrante, allora responsabile di sala di questo mega-ristorante appena inaugurato nel Gulch.

Seduti sotto una colossale installazione luminosa di Bruce Munro, in attesa di un petto d’anatra affumicato dell’Hudson Valley dello chef Salvador Avila, dobbiamo ordinare il vino. Il discorso va sui grandi californiani ed esce il nome di un vino virtuale (per le mie tasche) come Screaming Eagle. “Ma vale la pena spendere quelle cifre per un californiano?” chiedo ad Angelo. “C’è una novità”, ribatte, “puoi farti un’idea con uno stretto parente, El Desafio de Jonata. Il proprietario è anche azionista di Screaming Eagle. Sentirai che roba!”. Mi voglio fidare, ma penso che rimpiangerò i 140 dollari necessari per la bottiglia, e che li rimpiangerò dopo il primo sorso immaginandolo pieno di legno e di estratti frutttati pesanti, farcito  di rovere stucchevole.

Invece di stucco resto io,  proprio dopo il primo sorso: già il naso intenso e profondissimo parla di erbe mentolate, di bacche selvatiche e sentori balsamici, di frutti di bosco, di terra bagnata, di speziatura fine e incenso. Il palato conferma tutto a partire dalla grande freschezza nell’attacco, con una continuità di sapore che ti accompagna con piccoli frutti neri freschi ed erbe aromatiche su una trama tannica vellutata, finissima e dolce. Sensazioni che si stratificano e si distendono in un continuo di grande piacevolezza. Il finale è lungo e ti lascia con la voglia di un immediato secondo sorso. Un vino goloso, pieno ma elegante e perfettamente bilanciato. Già, proprio dalla California.

Il pensiero corre a Bolgheri: il confronto globale si fa duro. Non penso a Bordeaux perché lo stile del vino non è quello più sottile e raffinato di una viticoltura da clima freddo, ma piuttosto quello di una zona calda come Santa Ynez e come lo è appunto la costa Toscana. L’eleganza e la piacevolezza sono di grandissima razza, qualità che non sempre molti dei nostri vini hanno.

Desafio de Jonata. Ma che razza di nome è? E da dove viene esattamente?

Jonata non è il nome del vignaiolo, ma è una località della Santa Ynez Valley in Santa Barbara, California. Il nome Jonata rende omaggio alla concessione spagnola del 1845 Rancho San Carlos de Jonata, ma deriva dall’indiano locale Chumash e significa “quercia alta”.

El Desafio, la Sfida, invece, è proprio una Sfida con la S maiuscola e portata avanti con il motto “Sustainability as a Way of Life”.

Il suolo qui è completamente diverso rispetto a quello dei vicini produttori che hanno vigne piantate su terreni argillosi e rocciosi. A Jonata siamo sulla sabbia e nessun viticoltore sceglierebbe di piantare vigneti in una situazione simile. Il suolo sabbioso è un suolo a bassa fertilità, alte proprietà di aerazione e bassa capacità di trattenere l’acqua. Qui poi abbiamo di fronte una sabbia chiamata Careaga, tardo pliocenica e a grani fini di forma rettangolare. Questo rende la sabbia eccezionalmente drenante. Un suolo del genere è ottimo per gli ortaggi a radice, ma molto problematico per la vite.

Invece Charles Banks dette vita a Jonata nel 2000 con l’obbiettivo di competere con i più grandi vini del mondo. Piantò una serie di vitigni molto ampia: Syrah e Grenache, ma anche Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc. Il primo vino risale al 2004 ed era venduto a 100 $ in una zona dove il valore medio dei vini più cari era intorno ai 50$.

Ma come faceva con quel tipo di suolo? Banks aveva addirittura chiesto un parere a Frédéric Engerer di Château Latour in visita alla proprietà e si era sentito rispondere “qui è meglio piantare asparagi”.

Ma Banks aveva due collaboratori, Ruben Solorzano in vigna e  Matt Dees enologo, inclini a seguire l’istinto più che le analisi di laboratorio, adusi ad ascoltare la vigna, più che a seguire protocolli. Più filosofi del vino che tecnici di laboratorio, il primo ascolta il rumore delle foglie nel vento, il secondo si connette emozionalmente ed intellettualmente alla struttura, al tessuto del vino e dei tannini.

Così l’indirizzo è stato quello di andare controcorrente: mentre i produttori vicini si dibattevano con il problema di rendere i prodotti meno alcolici e diminuire le sensazioni sovraccariche di vini pesanti, la squadra di Jonata si dedicava a fare vini di terroir, con un terreno che poteva dare solo piccole quantità di frutto maturo e potente. Frutto che doveva provenire non da un sistema di vigneti a monocultura, ma da una vera e propria fattoria che operasse come un grande ecosistema ad alto grado di biodiversità. Matt Dees vedeva le aziende con solo vigneto come qualcosa di innaturale e malaticcio. Così Jonata è diventato un paradiso popolato da 120 polli, 100 pecore e capre, 16 tacchini, 20 maiali e un cinghiale. Un lama vagabondo e cani e gatti.

Tutti lavorano per la salute del ranch, a partire dai polli che vengono fatti razzolare tra le vigne quando ci sono carenze di azoto. Ovviamente anche le colture sono differenziate e in equilibrio tra loro: i maiali, ad esempio, sono alimentati con zucche e mais a chilometro zero.

Ai produttori vicini quest’impresa sembrava un affare costoso, una stramberia originale e poco avvicinabile.

Per Matt Dees questi terreni in mano ad un neofita avrebbero rappresentato una situazione disastrosa. Per un vero vignaiolo, invece, questo tipo di terreno può costituire un’opportunità per un controllo quasi perfetto. Matt è un intuitivo e alcuni aspetti del suo lavoro non hanno spiegazioni scientifiche: che cosa questa sabbia dà i più rispetto ad altri suoli? Sicuramente i risultati dicono che c’è un forte effetto sulla tessitura tannica dei vini, con profilo dei tannini diverso dai suoli vicini limo-argillosi.

Stanley Kroenke, azionista della Screaming Eagle,  non si lasciò impressionare da queste “stregonerie” e nel 2009 comprò la maggioranza di Jonata. Kroenke non è un tecnico di vitivinicoltura, ma un investitore attento principalmente ai risultati. Così Dees e Solorzano furono lasciati liberi di seguire la propria visione. Ovviamente non avrebbero mai accettato di produrre vini con i protocolli della Napa Valley, ma fortunatamente non venne imposto di diventare la Screaming Eagle Sud o il secondo vino di Screaming Eagle.  Jonata era ed è altra cosa. Prendiamo ad esempio El Alma, il Cabernet Franc. In Napa si farebbe un’estrazione completa perché le uve maturano abbastanza per permettere questo. Dees provò a seguire lo stesso criterio nel 2004 e 2005, ma si rese conto che i vinaccioli non erano mai così maturi come al nord, in Napa. Così decise di farla finita con i vini di grande struttura, di lunga estrazione con tanto tannino. I vini di Jonata fanno un’estrazione molto contenuta nella fase di post- fermentazione.

Il punto di forza dei rossi di Jonata sono proprio questi tannini, robusti e presenti in vini dal colore scuro, ma mai marmellatosi e stucchevoli. Oltre all’estrazione Solorzano attribuisce il merito anche alla cura della vigna, soprattutto sotto l’aspetto del fabbisogno idrico. Quando fa molto caldo Solorzano va in vigna tre volte al giorno, mattino, mezzogiorno e tardo pomeriggio, e se si accorge che ci sono condizioni di stress fa un’irrigazione di soccorso, quel tanto di acqua necessario per mantenere le foglie vive.

In definitiva Jonata è un qualcosa di unico, perché l’insieme delle condizioni sono diverse da tutto quello che lo circonda e difficilmente si troveranno altri imprenditori vitivinicoli disposti a percorrere una strada così complessa. A Jonata funziona e benissimo ed i suoi vini, portafoglio permettendo, sono un vero imperdibile esempio di equilibrio e armonia con tutti i parametri a valori alti, una vera ghiottoneria da gourmet.

 

 

EL DESAFIO DE JONATA – 2011

BALLARD CANYON, SANTA YNEZ VALLEY

Cabernet Sauvignon 95%, Merlot 3%, Petit Verdot 2%

Barrique rovere francese nuove 80%, resto barrique di secondo e terzo passaggio.

6000 bottiglie prodotte

Nel bicchiere è subito espressivo e fragrante. Il frutto nero, prugna, mora, mirtillo si accompagna a note di cacao e caffè, erbe balsamiche, alloro, terra bagnata e liquirizia. Il palato ha una presa avvincente. Il frutto è succoso e fresco, pieno complesso, ghiotto. La trama tannica è velluto e seta. Il finale molto lungo e trascinante.

95 punti The Wine Advocate

95 punti Antonio Galloni Vinous

www.jonata.com


ALTRI VINI:

El Alma, Cabernet Franc 72%, Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot

La Sangre, Syrah 97%, Viognier

Todos, Syrah 75%, Merlot, Cabernet Sauvignon, Sangiovese, Petit Verdot, Viognier, Cabernet Franc

Fenix, Merlot 70%, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot

Tierra, Sangiovese 100%

Fuerza, Petit Verdot 100%

Flor, Sauvignon Blanc 70%, Sémillon

La Miel, Sémillon 80%, Sauvignon Blanc, passito.

 

Paolo Valdastri