Home Primo piano Sassicaia 2017. Qualche racconto su quello vero!

Sassicaia 2017. Qualche racconto su quello vero!

0
30
Sassicaia. La cassetta

Vino da investimento

Ci sono alcuni vini nel mondo che non sono destinati solo ad essere bevuti, ma costituiscono dei veri e propri beni da investimento, come l’oro o gli oggetti d’arte e antiquariato. Gli anglosassoni sono stati i primi a dedicarsi a questa pratica ed hanno elaborato molti strumenti finanziari collegati. Liv-Ex è uno di questi, una vera e propria piazza globale di mercato di scambi che elabora indici che seguono giorno per giorno le quotazioni dei grandi vini da investimento.

Bene, in ottobre all’interno degli indici Liv-Ex 1000, l’indice Italy 100 è stato quello con l’incremento maggiore, una crescita superiore al 2,4%, “spinto dalle prestazioni particolarmente robuste di Sassicaia e Solaia”. Sassicaia 2007 è stato il top-performer, con un valore medio a cassa salito del 18% fra agosto e settembre, seguito da Solaia 2011 (+12%). Dopo questi due vini si citano le prestazioni dell’indice Champagne 50 (+2,1%), spinto da Bollinger Grande Année 2005 e da Taittinger Comtes de Champagne 2004.  Tutto il resto è noia.

Quello falso

Con queste premesse, non dobbiamo assolutamente stupirci di notizie come quella del 15 ottobre scorso, quando una banda di falsari ha contraffatto Sassicaia per 2 milioni di euro costruendo una falsa “verticale” di annate  tra il 2010 e il 2015. Banda del buco italiana, ma con bottiglie prodotte in Turchia, etichette, filigrana e imballi in Bulgaria. La prima domanda che è sorta spontanea tra la stampa generica è stata: “Ma come hanno fatto? Nessuno si è accorto di niente?”.

Non è la prima volta che succede. Già ad inizio millennio ci fu un episodio simile. Il responsabile della Condotta del Cuoio Slow Food di Santa Croce si vide offrire delle bottiglie di Sassicaia a un prezzo ridicolo, denunciò il fatto e fece smascherare i truffatori. Non succede solo al Sassicaia, ma a tutti i vini simbolo, i grandi vini da investimento di tutto il mondo sono soggetti a falsificazioni. Come possiamo renderci conto della truffa?

Sassicaia. Barriccaia

Dipende dall’utilizzo che intendiamo fare del vino e dal grado di preparazione di chi compra. Un operatore del settore acquista solo da fonti attendibili e si rende conto immediatamente se dietro ad un’offerta allettante si nasconde qualcosa di losco. Un professionista del settore si rende facilmente conto della contraffazione con un semplice assaggio.

Il problema, però, è serio quando il target è l’appassionato o il collezionista meno preparato e consiste nel fatto che questi vini sono destinati all’invecchiamento e all’investimento. Il primo assaggio può avvenire anche dopo qualche anno, quando i malandrini sono ormai dissolti nel nulla. In questo frattempo il vino può anche aver cambiato di mano più volte con gli strumenti di compravendita ormai comuni nella rete.

Ci può essere anche il caso dell’assoluto inesperto che compra i vini solo per il loro prezzo. Penso malignamente a qualche coreano o russo o cinese di nuova ricchezza, e sembra che proprio queste figure rientrassero nelle mire dei nostri falsari. Il vino di alta gamma è uno status symbol e magari lo si beve mixato con la cola (è successo anche questo), solo per esibire la propria ricchezza. Costoro non si accorgeranno mai che il vino era in effetti un siciliano, magari buono, ma da 2 euro al litro.

Molte imitazioni, molto onore, diceva qualcuno, e il Sassicaia di onore ne ha da vendere.

Quello vero

TENUTA SAN GUIDO BOLGHERI SASSICAIA DOC  – SASSICAIA 2017

L’annata

L’annata 2017 si è rilevata particolarmente difficile sulla costa toscana. Anche a Bolgheri è stata una tra le più precoci, calde e siccitose degli ultimi anni. A differenza, però, della 2003 e della 2012, alcuni fattori hanno contribuito a far sì che i vini 2017 siano in molti casi, ovvero quando sono state prese le giuste misure dai produttori, eccellenti o addirittura eccezionali. Le giuste lavorazioni in vigna, la caratteristica dei suoli profondi e in grado di trattenere risorse idriche, le piogge di fine agosto, sono tutti elementi che hanno contribuito alla produzione di vini strutturati ma anche equilibrati.

I vigneti che danno origine al Sassicaia, in particolare Aia Nuova, Sassicaia e Mandrioli, giacciono su suoli freschi, oltre che ben drenati e ricchi di ossido di ferro e il Quercione è a una quota di 250 – 350 mslm. La conduzione agronomica è molto rispettosa per la pianta e non ha come scopo primario la concentrazione del frutto. Così la 2017 di Sassicaia si colloca tra le migliori annate di sempre, magari appena sotto la eccezionale 2016, ma in grado di esprimere eleganza, equilibrio e lunghezza gustativa da vino di eccezionale razza.

I fondatori della Doc Bolgheri

Un gradito pensiero

Eravamo in piena chiusura Covid19 quando ho ricevuto una cassetta con la famosa stella contenente un Sassicaia 2017, un Guidalberto 2018 e Le Difese 2018 accompagnata da una graditissima e gentile lettera firmata dal Marchese Nicolò che invitava i vecchi amici a brindare a distanza per rendere meno triste l’isolamento pandemico.

Ho pensato che un’occasione così richiedesse almeno due righe di narrazione per ricordare il momento.

Quando? La finestra sul cortile

Assaggiarlo subito? Ho ricordato la lunghissima serie di degustazioni organizzate per le Guide Vini dal 1995 in poi per il Consorzio: ogni anno, fino al 2011 ho assaggiato con i redattori tutti i vini di Bolgheri per almeno quatto o cinque volte all’anno nel periodo che va da aprile a giugno, inizi di luglio.

Durante questi assaggi accadeva regolarmente una cosa strana. Quando arrivavano le sessioni “alla cieca” dei Bolgheri Superiore, tra gli assaggiatori si scatenava una vera e propria caccia all’etichetta, nel senso che ognuno cercava di indovinare quale fosse il vino nel bicchiere, primo fra tutti il Sassicaia. Ebbene, quasi tutte le volte il Sassicaia non veniva riconosciuto, anzi usciva con votazioni non sempre all’altezza della sua fama e i responsabili, perplessi, dovevano decidere di portarlo comunque in finale per avere un riscontro certo.

Le finali si svolgevano solitamente tra luglio inoltrato o addirittura ad agosto e il Sassicaia si riprendeva miracolosamente e tranquillamente la sua posizione. Alla fine, dopo anni di esperienza, abbiamo capito che il Sassicaia appena imbottigliato aveva un periodo di chiusura, una finestra di non bevibilità che terminava con i forti calori agostani. Un fenomeno del genere, anche se su scala più ampia, era costato la rinuncia da parte di Robert Parker ad assaggiare i vini di Borgogna.

Una degustazione di Sassicaia

Il Parker anni ’90 massacrava regolarmente le nuove annate dicendo che “the optimum drinking window for most red and white Burgundies is small, and closes quickly”, fino a quando Anthony Hanson, Master of Wine che aveva assaggiato Borgogna per trent’anni, non gli aveva risposto: “this can only have been written by someone who does not really understand the region’s wines….”, insomma aveva dato dell’incompetente a Parker! (Anthony Hanson – Burgundy – Faber&Faber 1995).

In pratica i grandi Borgogna hanno un periodo di tre-quattro anni dopo la fermentazione durante il quale appaiono perfettamente deliziosi, poi, molto spesso, c’è un secondo periodo durante il quale la freschezza del frutto diminuisce e scompare. Una finestra di non bevibilità, un periodo di adolescenza per il quale quasi tutti i Borgogna passano. Alla fine si riaprono ed hanno uno sviluppo interminabile. Dopo questa pesante critica Robert Parker riconobbe il suo errore e smise di recensire i Borgogna.

Tornando al Sassicaia, questa finestra di chiusura di fine primavera negli ultimi anni si è fatta meno rilevante e avvertibile, ma, nonostante questo, io ho preferito attendere la fine di settembre per assaggiare la mia bottiglia. Un confronto con un famoso autore di classifiche sembra avermi dato ragione.

Ed ecco finalmente il risultato:

SASSICAIA 2017

Rubino luminoso carico ma trasparente.

Naso intenso e raffinato di grande complessità. Apre con note di macchia mediterranea, alloro, mirto, poi ribes rosso e mora di gelso. Il tutto è avvolto da una speziatura finissima con cardamomo nero, rovere perfettamente integrato.

Il sorso è pieno e vigoroso, unica nota che fa ricordare l’annata calda e siccitosa, ma sempre controllato e non esuberante. Riprende le note olfattive con la mora e la bacca di mirto in primo piano. Ha un tannino finissimo e un bell’allungo nel finale che lascia la bocca levigata da una speziatura fresca e appetitosa. Ha una lunghezza impressionante, che conduce necessariamente a ripetere l’assaggio.

96/100,  ma, conoscendo l’evoluzione, ovvero sapendo che il Sassicaia raggiunge la perfezione dopo 10 anni, nel 2027 questo vino varrà almeno 99/100 (100/100 li può dare solo chi ha assaggiato tutti i vini del mondo di tutte le annate della storia).

Resta il fatto che tra i Sassicaia degli anni ’70 e ’80, compresi i famosissimi 1985 e 1988, e quelli attuali, una certa evoluzione di stile si avverte, un cambiamento molto sottile, un aumento di tono che non incide sull’eleganza di questo vino, ma che anzi lo fa apparire più “adulto”, completo e rifinito. Sono cambiati alcuni parametri.

Sassicaia 2017. La degustazione

Giacomo Tachis aveva reso perfetta l’intuizione del Marchese Mario, e, anche se questi, all’inizio, leggermente infastidito dalle innovazioni enologiche, aveva continuato a farsi il suo “Vino Diverso della Sassicaia”, il vero Sassicaia era nato per assurgere ai vertici  dell’enologia mondiale. Il buon “mescolavino” aveva semplicemente, si fa per dire, reso perfetto il prodotto di quel territorio benedetto, senza le ricerche di concentrazioni barricadere che la stessa Bordeaux doveva subire per l’effetto “Parker”.

Tachis ha lasciato in eredità il suo stile al Marchese Nicolò, che segue personalmente con grandissima cura tutte le fasi di produzione, e alla sua allieva Graziana Grassini che controlla con grande pignoleria ogni dettaglio della vinificazione. Per non parlare dell’operato in vigna dell’agronomo poeta Alessandro Petri, il classico uomo che sussurra alle vigne.

Il cambiamento climatico, quello sì, ha influito sull’evoluzione dello stile. Quando nel 2011 riscrivevo il disciplinare della DOC Bolgheri per l’adeguamento comunitario del 2012, avevo incontrato alcuni articoli del vecchio disciplinare che mi avevano lasciato perplesso. Per i rossi il titolo alcolometrico minimo era di 11,5° mentre per il Sassicaia era previsto un minimo di 12° e inoltre era consentito l’arricchimento (per il Sassicaia solo con mosti provenienti da uve iscritte all’albo Sassicaia).

I produttori mi avevano confermato che negli anni ’80 poteva capitare di dover intervenire, anche se raramente, per rialzare la gradazione alcolica.  Nel 2011 invece si combatteva già con il riscaldamento globale e il problema era quello di contenere l’esuberanza alcolica di certi Bolgheri, spesso superiore ai 14°,  e non certo quello di arricchire i vini con mosti concentrati.

I Marchesi Mario (a destra) e Nicolò Incisa della Rocchetta

In questo scenario la creatura di Mario Incisa si è semplicemente irrobustita, senza dover temere le annate fresche e piovose, ma assorbendo da quelle particolarmente calde quel tanto che bastava per godere di un fisico ben formato, senza ricorrere alle ipertrofie muscolari palestrate dell’era Parker.

Oggi questa era è finalmente terminata, ma, mentre nei climi caldi del nuovo mondo e in parte anche da noi, si è stati costretti a fare salti mortali per alleggerire lo stile, il Sassicaia guarda tutti dall’alto della sua raffinatezza e della sua eleganza e gode del suo magnifico e unico terroir e delle intuizioni luminose del Marchese Mario, profeta in terra di Sangiovese. C’è un certo timore solo per i piccoli falsari, che però nulla possono, alla fine, per interferire con la sua storica nobiltà.

Paolo Valdastri