Quando la domanda rallenta, l’offerta non può continuare a muoversi per inerzia. È qui che nasce il “surplus”: non solo vino in cantina, ma capitale immobilizzato, sconti che diventano normalità e fiducia che si consuma lungo la filiera.
Il dato più eloquente arriva dall’OIV: nel 2024 i consumi globali sono stati stimati in 214 milioni di ettolitri (-3,3% sul 2023), un minimo che – se confermato – non si vedeva dal 1961. Il calo nei mercati maturi è legato a inflazione e incertezza, ma anche a stili di vita e ricambio generazionale. E, anche quando l’equilibrio mondiale può reggere grazie a due vendemmie più contenute, le scorte restano “sbilanciate” fra territori e categorie.
La conseguenza è che la crisi non è più episodica: è strutturale. In Francia, per esempio, il governo ha presentato un piano nazionale e parla di incentivi all’estirpazione fino a 35.000 ettari, proprio mentre i consumi interni arretrano soprattutto sui rossi. In parallelo, il dibattito europeo si orienta su strumenti di gestione dell’offerta (vendemmia verde, distillazione, estirpazione) attivabili anche con finanziamenti nazionali in caso di surplus.
La tentazione è cercare scorciatoie: svuotare i serbatoi, spingere volumi, abbassare i prezzi. Ma il ciclo lungo chiede un’altra grammatica. Servono portafogli più leggibili, meno etichette “di riempimento” e più coerenza tra stile, grado alcolico e occasione d’uso. Serve investire su canali a maggiore valore (ospitalità, vendita diretta, club, esperienze) e su un marketing che parli ai nuovi consumatori senza infantilizzarli: trasparenza, sostenibilità misurabile, piacere quotidiano.
Il surplus, in fondo, è un messaggio: il mercato non sta chiedendo solo meno vino. Sta chiedendo un vino diverso, e soprattutto un progetto più credibile.
Chi lo capisce ora trasforma l’eccedenza in occasione: decide cosa non produrre, prima che sia il mercato – con brutalità – a decidere per lui.
Riccardo Gabriele



















