Diario di viaggio in Languedoc, Roussillon, Loire, 17/04/2018, giorno 3, mattino: assaggi sparsi a più denominazioni.

Dopo una lauta colazione, con allegate chiacchere con i miei compagni di avventura (più in stile pettegolezzo sull’organizzazione che non scambio di opinioni professionali sugli assaggi…), ritorno al lavoro affrontando una rinnovata sfilata di bottiglie. In previsione della visita alla denominazione che svolgeremo nel pomeriggio, degusto 17 delle 19 referenze di Cabardès Rouge AOC (http://www.aop-cabardes.fr/).

È un territorio affatto particolare, ove l’influenza climatica dell’Oceano Atlantico si incunea presso Carcassonne tra il Massiccio Centrale e i Pirenei, tant’è che il disciplinare prescrive la coesistenza dei vitigni bordolesi con quelli più tipicamente mediterranei. Il territorio sale rapidamente dalle vicinanze della città medievale che ci ospita a più di 1.000 mt. slm, così il gradiente di temperatura giorno/notte è assicurato. I suoli sono calcarei, ma più in quota si rinvengono formazioni granitiche e non solo.

Etichette caratterizzate da lunghe permanenze sulle bucce ed estrazioni di tannino importanti, che ambiscono a una non banale evoluzione e quindi al momento reticenti, si alternano ad altre vinificate in macerazioni carbonica, alla ricerca dell’immediatezza del frutto. Esempi positivi non mancano in entrambi gli stili.

Successivamente mi dedico a 10 Malépere Rouge (http://www.vins-malepere.com/) sui 12 in assaggio. Situata sul versante Nord Ovest dell’altopiano di Corbières, questa piccola denominazione risente molto più dei venti freschi e umidi provenienti dall’Atlantico che non dell’influenza mediterranea, e non stupisce che il taglio bordolese sia maggioritario per disciplinare (per i rossi, Merlot almeno al 50%). I versanti sono argillo-calcarei (appunto, tendenzialmente adatti al Merlot), con terrazzamenti ciottolosi, e sommità collinari con suoli più sciolti, ghiaiosi.

Mi pare siano vini dove la ricerca della struttura (con maturazione ritardata) porta a qualche cuvée un po’ statica, poco slanciata dall’acidità e di non grande prospettiva. Quando il produttore trova la quadra tra diradamenti, rese, maturità fenolica ed acidità, la beva può essere molto gradevole.

Per il resto della mattina (quella ho a disposizione) salto (un po’ a caso…) tra appellation presenti con poche referenze, un po’ per poter dire che le ho assaggiate e soprattutto nella pia illusione di trovare un carattere distintivo (la qual cosa, al primo approccio e senza pretese di sistematicità, è ovviamente improbabile).

Mi “avventuro” dunque tra quattro (su cinque disponibili) Saint-Chinian-Roquebrun, sottozona della più grande AOC Saint-Chinian (http://www.saint-chinian.com/) su soli quattro comuni, promossa allo status di denominazione a sé stante più per i suoli scistosi che non per il riparo dai venti più freddi apportato dal monte Caroux. Di essi mi intriga più la fragranza aromatica che non il tannino “allegramente” estratto, con un rapporto con il legno a mio giudizio a volte non propriamente risolto.

Un po’ di bollicine

Per una pausa ristoratrice dai tannini, mi “anticipo” qualche spumante, in attesa di una imminente visita al comprensorio di Limoux (https://www.limoux-aoc.com/). Le Blanquette Ancestrale (sei assaggiate), parenti e forse progenitrici dei nostri Prosecco Col Fondo, sono variamente dolci e profumate: le bollicine sono fini, l’acidità piacevolmente presente con un tocco di accattivante rusticità che invita alla beva; peraltro, non mi sembrano particolarmente né sapide né profonde.

Nei Cremant de Limoux Rosé (sette campioni) il colore è garantito da percentuali variabili di Pinot Noir che nel caldo del Sud appare un poco perdere la sua esuberanza aromatica, esibendo qualche nota rotie; in positivo, i vini al palato hanno volume senza pesantezze, probabilmente anche grazie all’acidità dello Chenin Blanc, ed effettivamente vi è un po’ di salinità in più.

Degustazione

Cambiando territorio, mostra carattere affatto particolare ma non per questo completamente risolto la Clairette du Languedoc (https://www.clairette-languedoc.com/), forse non a caso presente solo in quattro esemplari: quasi tannica, a volte bucciosa, a fronte anche di un’esuberanza agrumata e di qualche nota floreale e soprattutto balsamica; una curiosa versione vendange tardive, con addirittura un po’ di botrite (nel caldo del Languedoc!) sarebbe accattivante se non scontasse un finale amaricante.

La mia predilezione per i vini dolci viene solo parzialmente soddisfatta dai cinque assaggi di Muscat de Saint Jean de Minervois (http://www.saintjeandeminervois.com/): per fare un paragone con degli esempi italiani, mancano un po’ sia dello slancio acido sia della fragrante cornucopia dei migliori piemontesi; ma anche della concentrazione tutta mediterranea dei passiti siciliani; il palato rispetto all’olfatto patisce sempre una semplificazione aromatica a mio avviso un poco eccessiva.

Qualche vino da ricordare

Domaine de la Sapiniére (http://www.domaine-sapiniere.com/), Malepère Rouge AOC Saint Alix2015: metà Merlot, il resto tra Grenache e Carignan, che marcano il naso con garrigue, un delicato richiamo floreale, più una ciliegia fragrante forse più afferente al vitigno bordolese; palato volumico, con l’acidità ben integrata nel corpo del vino, di bella compiutezza. Il tannino per il momento si fa sentire un poco sul finale, riscattato però dalla salivazione. Di livello la corrispondenza aromatica tra olfatto e palato.

Les Domaines Paul Mas – Château de Martinolles (https://www.paulmas.com/en/domains/chateau-de-martinolles/), Blanquette de Limoux Ancestrale AOC N.M. (non millesimato): Mauzac in purezza; versione certamente costruita, ma benissimo, di uno spumante quanto mai accattivante e personale, nel suo naso di buccia di mela, canditi e brioches, e dal palato dove lo zucchero residuo (è abboccato), ben si integra con un acidità piacevolmente “pizzicosa”, con il frutto che si allunga con naturalezza.

Maison Antech (https://www.antech-limoux.com/), Cremant de Limoux Rosé AOC Cuvée Emotion Brut2015: due terzi di Chardonnay, saldo di Pinot Noir, Mauzac e soprattutto Chenin Blanc; olfattiva relativamente semplice, ma l’esuberanza agrumata e di fiori bianchi è accattivante; bocca avvolgente, di ottimale corrispondenza aromatica, lunghezza superiore alla media, mousse (ovvero trama delle bollicine) garbata; il finale è leggermente asciugante, forse per un minimo di tannicità o magari di difetto di acidità, ma la beva non ne risente.

Borie la Vitarèle (https://www.borielavitarele.fr/), Saint-Chinian Rouge AOC Les Crès2015, 70% Syrah e 30% di Mourvedre fanno giustamente pensare ad un vino grintoso e saporito, ma non solo, poiché colpiscono la profondità e la fittezza tannica. Al naso si alternano ciliegia e fragola matura, una nota affumicata e la balsamicità della garrigue. Futuribile, ma già godibile anche se imponente.

Riccardo Margheri