Un sogno divenuto progetto e poi realtà. Una storia che ha vissuto il suo passato, cresce nel presente e si prepara al futuro. Una famiglia che si pone l’obiettivo di restituire a se stessa e agli altri quel vigneto del nonno e lo utilizza come traccia dello sviluppo vinicolo. E recupera mattone dopo mattone, pietra dopo pietra, l’antico palazzo e lo apre al mondo affinché possa essere luogo e simbolo della terra che amano: Pignola in Basilicata. Loro sono la famiglia Patrone.
Pignola è un borgo storico, celebre per i suoi numerosi ingressi decorati che portano al centro storico, tanto da essere detto “Il paese dei portali”.
Proprio qui si trova “Dimora Storica Antica Giorni”. Un palazzo nobiliare risalente agli ultimi anni del 1500 e riportato al suo antico splendore da un accurato e importante intervento di conservazione e ristrutturazione.
«Quello che abbiamo realizzato qui è un progetto molto importante per noi, sia dal punto di vista emotivo che territoriale». Così Nicola Maria Patrone racconta e descrive l’avventura di famiglia, iniziata per una promessa fatta al nonno che si chiamava Nicola Maria come lui.

«Credo che la Basilicata abbia tutti i presupposti per proporre un turismo piacevole, che voglia rispettare territorio e tradizioni. Avevo ventidue anni quando iniziammo a mettere mano su questo palazzo dove mio nonno aveva lavorato. Una certa voglia di rivalsa e di continuità, insieme a un grande affetto per nonno, portarono, in primo luogo mio papà Paolo, e tutti noi ad acquistare questo luogo.
Dopo averlo comprato, ci siamo seduti e abbiamo iniziato ad immaginare come porre rimedio ad anni di incuria e malagestione che questo palazzo aveva sofferto.
È stata dura, tra problemi burocratici e qualche lettera anonima non rassicurante, ma ce l’abbiamo fatta. Insieme abbiamo comprato anche i terreni che erano parte del possedimento, vigneto e campi dove nonna Antonietta coltivava i fagioli, e recuperiamo i filari di Cabernet Sauvignon, vitigno francese amato da nonno.
Un giorno eravamo con papà e zio Donato – racconta Nicola Maria non senza emozione – e stavamo sostituendo i due grandi tini di legno marcito con tre tini di acciaio belli, eleganti. Arriva nonno e inizia a picchiarci con il suo bastone perché avevamo sacrificato le sue botti. Da quel giorno decidemmo che quel vino sarebbe tornato ad essere bevuto sulla nostra tavola e su quella di molte persone.
E partì l’avventura vinicola, che oggi è guidata dalla eccellente professionalità di un grande enologo, Fabio Mecca».

Il territorio
Il vigneto si trova su di un meraviglioso altopiano a 850 s.l.m dove, passeggiando tra i filari, Donato Patrone, proprietario, vignaiolo e cantiniere racconta della «Costante ventilazione che proviene dalle gole delle montagne che ci circondano e che proteggono dalle eccessive dimostrazioni della forza della natura.
Qui, ad esempio, non grandina da un oltre un decennio». Donato è innamorato di questi ettari ordinati e ben coltivati, come lo è dei boschi disegnati sulle espulse pendici delle montagne circostanti, perfetti nascondigli di funghi di ogni tipo e sapore.
Ma non è tutto, i Patrone hanno recentemente acquisito altra terra, in quel luogo bellissimo insieme alle strutture, oggi dismesse, di quella che è stata la “Codra banca del germoplasma” con laboratori per studio ed approfondimenti del patrimonio naturale. «In quegli spazi, in fase di ristrutturazione – conferma Donato Patrone con malcelato orgoglio – sorgerà la nuova cantina di lavorazione e invecchiamento».
Qui verranno spostate le botti e le barrique, le attrezzature e i serbatoi in acciaio, che oggi sono negli spazi di cantina all’interno del sedime industriale della “Patrone & Mongiello” l’attività di fornitura di alta qualità per automotive, fondata nel 1987 da Paolo Patrone e il socio Michele Mongiello.
Due uomini e due famiglie che hanno condiviso sin dal principio il loro talento imprenditoriale e la concretezza del saper fare. I Mongiello hanno sposato anche la diversificazione vinicola e di ospitalità impegnandosi come soci anche in queste avventure di successo.
In cantina
E proprio nella attuale cantina, dopo aver apprezzato la piccola ma perfetta bottaia e le stanze con gli acciai, in una stanza degustazione, scopro una bella e originale novità enologica che Fabio Mecca ha deciso di regalare, non senza coraggio, ai Patrone.
Un Cabernet Sauvignon vinificato in bianco. Una scommessa, una lucida follia, meglio definirlo un gran lavoro enologico, portato con eleganza ad un livello, per essere ancora in lavorazione la prima annata, già di notevole carattere.
Ecco come Fabio Mecca spiega il progetto. «È stato Paolo Patrone a stimolarmi in modo molto concreto, chiedendomi di lasciare il segno, anche come enologo lucano. Comincio, quindi, in modo importante, stravolgendo un poco i concetti enologici sino ad ora applicati e decido di produrre un bianco da Cabernet Sauvignon. Così i primi giorni di ottobre vendemmiamo l’uva situata alla maggior altezza e la portiamo in cantina. Una leggera pressatura con ghiaccio secco per sublimare l’ossigeno e successivamente trenta giorni abbondanti in vasca di fermentazione a 10/12 gradi.
Ora iniziamo la lavorazione. Il mio intento era far comprendere la decisa intenzione di innovare che questa azienda possiede. Puntiamo sulla freschezza, sulla verticalità e sulla acidità».

Sciffrà: la verticale
Si ritorna a Palazzo dove ci attende una verticale di “Sciffrà” il vino più rappresentativo, anch’esso Cabernet Sauvignon, una sorta di portabandiera. La degustazione percorre le annate tra il 2021 e il 2015. Il vitigno, lavorato in purezza, fermenta 14 giorni in acciaio, passa poi in botte piccola, cui segue nuovamente l’acciaio e infine in bottiglia.
2021 – Un elegante e accogliente panorama olfattivo, precede il sorso concreto e di bell’equilibrio tra frutto e ampiezza
2018 – Una declinazione tra olfatto e gusto che si presenta di carattere, di buon bilanciamento del frutto e della parte vegetale. Una certa lunghezza che consente al vino di permanere
2017 – Si presenta subito con una grande freschezza e una presenza vigorosa, elegante nei toni, dove spicca una nota aromatica di ottima matrice
2016 – Mantiene la traccia stilistica con qualche debolezza nella struttura del sorso.
2015 – Il vigore ancora spiccato, il carattere pieno a tratti un poco spinto. Lascia una lunga scia di bel fascino
In sintesi, una strada ben segnata, un Cabernet Sauvignon che trova identità e segna il territorio con brillante eleganza e una bella presenza anche nel corso degli anni.
A colloquio con Paolo Patrone
Due giornate intense, utili per capire e approfondire questa realtà vinicola con una bella strada di fronte a sé, che chiudiamo con quattro chiacchiere con Paolo, il fondatore.
L’emozione della storia, il percorso, i ricordi e il futuro sono basati su impresa, strategie economiche, ma soprattutto sentimento e lato umano.
«Le vite di noi tutti nascono dai genitori. La nostra l’abbiamo vissuta da quando il vino si produceva pigiando con i piedi, fino ai tempi moderni con grandi passi avanti sia nell’agricoltura che nell’enologia. Per noi riprendere le storie che raccontavano mio padre e mio nonno, è un motivo di orgoglio. Avevo ancora i pantaloncini corti quando correvo tra i filari spiluccando l’uva. Ricordi che possiamo rivivere con il nostro vino di oggi, che ci consente di respirare quale stessa aria che respirava mio padre».

La vostra attività nel settore automotive occupa centinaia di collaboratori e li sostiene insieme alle loro famiglie. Come riuscite a non montarvi la testa, ma a restare così attaccati alla vostra terra e ai suoi valori?
«Per la ragione che io stesso vengo da quella terra, che percorrevano a piedi. Spingevo la carriola e con mia madre raccoglievamo i fagioli. Il ricordo del profumo di quella terra è la cosa più bella del mondo. Possiamo vivere negli agi e senza che ci manchi nulla, ma sentire quel profumo di borragine ed erbe selvatiche e ricordarlo ci permette di vivere con intensità ogni momento della nostra vita».
Avere la certezza di aver creato qualcosa in cui credono e si impegnano anche i tuoi figli, tuo fratello, insomma tutta la famiglia, che valore ha?
«Grandissimo. Una delle soddisfazioni più belle, è sentire un figlio che parla del suo lavoro dicendo “queste cose le faceva mio nonno”, significa che siamo sulla strada giusta.
Tutti sentiamo che la parola “successo”, solo sul vocabolario, viene prima di “sudore”».
Fabio Mecca sta portando un cambio di passo in vigna e in cantina, dove volete arrivare?
«A produrre dei vini trasparenti come lui. Vogliamo creare prodotti di alta qualità, buoni e che non diano effetti diversi dalla bellezza di un buon calice. Non vogliamo arrivare da nessuna parte, se non al punto di rendere felice chi beve i nostri vini».
Se torni bambino qual è il profumo della tua infanzia?
«Quello della mia pelle quando, da bambino, andavo a rubare la frutta: mandorle e albicocche e le mettevo nella camicia. Quando la svuotavo quel profumo restava lì».
Andrea Radic


















