Burgundy

Il vino entra nell’era della decrescita programmata.

Al vino in Francia non basta più essere buono: deve, prima di tutto, essere meno. Con il nuovo piano da 130 milioni di euro per finanziare l’estirpazione permanente di fino a 35.000 ettari di vigneto, il governo francese sceglie la via della “decrescita programmata” per gestire un settore schiacciato da surplus strutturale, calo dei consumi – soprattutto di rossi – e impatti sempre più violenti del clima. Non è un’operazione cosmetica: significa ridisegnare la geografia del vino europeo.

Il segnale è potente perché arriva dal Paese che ha costruito sul vino una parte della propria identità nazionale. Se persino la Francia ammette che produrre meno è l’unica strada per salvare la filiera, vuol dire che il paradigma “più ettari = più valore” è definitivamente saltato. E la misura non è isolata: a Bruxelles il “Wine Package” discusso in queste settimane apre alla possibilità di finanziare con i fondi Ocm anche l’estirpazione fino al 100%, accanto a maggiori risorse per la promozione nei Paesi terzi e alla digitalizzazione delle etichette.

Per chi racconta il vino, questa svolta apre una domanda scomoda ma inevitabile: possiamo continuare a narrare solo crescita, nuovi impianti, nuove denominazioni, quando l’Europa sta iniziando a pagare per togliere viti dal terreno? La crisi non è congiunturale, è di modello: consumatori più sobri, generazioni giovani che chiedono leggerezza, sostenibilità, formati diversi, e un’offerta ancora tarata sull’idea di abbondanza.

L’Italia osserva da vicino. Da un lato difende un approccio orientato al mercato e alla promozione, dall’altro deve fare i conti molte difficoltà. La tentazione di usare anche da noi la scorciatoia dell’estirpazione “assistita” sarà forte, soprattutto nelle aree in maggiore sofferenza?

La vera posta in gioco, però, è un’altra: chi saprà trasformare questa fase di contrazione in un salto di qualità strategica. Meno superficie non significa per forza meno valore se dietro c’è una scelta chiara di posizionamento, di segmentazione dei mercati, di investimenti in enoturismo e in filiere più corte e resilienti. L’editoria di settore ha l’occasione – e la responsabilità – di spostare il racconto: dal mito della crescita infinita alla cultura della selezione, della misura e della coerenza tra ciò che si produce e ciò che il mondo è davvero disposto a bere.

Riccardo Gabriele