Dal 150 per cento al 20 per cento nel giro di 7,8 anni. La notizia è sicuramente importante per una serie di aree del settore agroalimentare e quindi anche per il mondo del vino stesso.
Le cifre sono decisamente impattanti e si portano dietro considerazioni non da poco.
È lunedì mattina quando mi accingo, come al mio solito, a dare lo sguardo alla rassegna stampa e questa notizia mi balza agli occhi. Leggo di previsioni di potenziali vendite molto importanti e del fatto che questo passaggio rappresenta un punto di partenza e speranza per fare finalmente dell’India un mercato di un certo peso.
Alla luce della mia recente visita nel paese per seguire Prowein a Mumbai, ho alcune perplessità nel vedere un impatto positivo, almeno nell’immediato.
Toccando con mano il mercato (adesso molto piccolo sia come italiano, ma in generale fortemente ridotto rispetto agli spirits) ho avuto l’occasione di capire che è necessario lavorare su un’operazione culturale importante.
Bisogna cioè preparare il terreno con operazioni di approccio al vino (quanto meno ad un vino con determinate caratteristiche) e studiare anche una forma di linguaggio che ben di adatti ad un popolo affascinante ma al tempo stesso complesso.
Occorreranno investimenti importanti ed una presenza che sia costante nel tempo per fare un lavoro che dia grandi soddisfazioni ai nostri vini. Un lavoro sul campo figlio di un’unità territoriale italiana complessiva che porti avanti il concetto generale della nostra cultura produttiva e poi specifichi le varie anime dei territori.
Per far capire il valore storico e culturale dietro ogni nostro prodotto. Perché si comprenda bene che offrire un Supertuscan indiano (al sottoscritto) è qualcosa che, secondo me, non aiuta a comprendere l’identità né dei nostri prodotti né dei loro.
Riccardo Gabriele




















