Alla Vineria di Via Stradella, in via Stradella 4, la Toscana arriva a Milano non come cartolina, ma come idea: un territorio che ha costruito il proprio mito enologico tenendo insieme tradizione e sperimentazione, regole e disobbedienza creativa.
È questo il filo conduttore di “LA TOSCANA DEL VINO”, serata firmata Wine Tasting PR, progetto esperienziale che porta in sala degustazioni guidate e storytelling tecnico per creare un dialogo reale tra produttori, ristorazione e pubblico competente.
Il racconto si apre con una domanda semplice solo in apparenza: perché la Toscana esercita un fascino così potente nel mondo del vino?

Certo, c’entrano i paesaggi — montagne che scivolano in colline morbide, boschi fitti che si aprono all’improvviso verso il mare — ma c’entra soprattutto un’idea, precocissima e modernissima: che il valore del vino è inseparabile dal suo luogo.
Già nel 1716, con il bando di Cosimo III de’ Medici, la Toscana compie un gesto pionieristico: delimita ufficialmente alcune aree vocate — Chianti, Pomino, Carmignano, Valdarno di Sopra — per difendere il nome da frodi e imitazioni.
È una svolta culturale prima ancora che amministrativa: non si tutela solo un prodotto, si tutela il rapporto tra vino e territorio.
Quella stessa logica diventa, nel tempo, anche linguaggio di mercato e di identità: nel 1966 la Vernaccia di San Gimignano inaugura simbolicamente l’era delle DOC come prima denominazione riconosciuta.
Poi arriva la seconda grande lezione toscana: quando serve, il territorio non si limita a difendersi — si reinventa. La “frattura” dei Super Tuscan nasce proprio così: vini fuori dai disciplinari (tagli bordolesi, barrique, selezioni severe) che mandano un messaggio chiarissimo al mondo: in Toscana la qualità può precedere le regole. Un passaggio che molte ricostruzioni fanno partire da Sassicaia 1968 e dall’ondata creativa dei primi anni ’70.
La degustazione
Nel calice, la Toscana della serata prende forma come un percorso a tappe, con etichette e aziende scelte per rappresentare identità territoriali diverse.
Chianti Classico (UGA Castellina in Chianti)
Si parte dal cuore storico: Querceto di Castellina (bio, 11,2 ettari) con L’Aura Chianti Classico 2023, tra altitudini importanti (450–500 m) e suoli calcareo-marnosi, e Castello La Leccia con Chianti Classico 2022, che lavora su cemento e rovere per un profilo più “di dettaglio” che di muscolo. Qui entra in scena anche l’eco di Bettino Ricasoli e della “ricetta” ottocentesca del Chianti: un’idea di equilibrio tra struttura, amabilità e bevibilità quotidiana.
Vino Nobile di Montepulciano
Con Boscarelli – Vino Nobile di Montepulciano DOCG 2022, la serata sposta l’asse su un Sangiovese “di zona” (Prugnolo Gentile) dove la grana tannica si fa più dolce e scolpita. E torna una delle frasi più citate della letteratura enologica toscana: “Il Montepulciano d’ogni vino è Re”, scriveva Francesco Redi in Bacco in Toscana (1685), a fissare una gerarchia poetica.
Bolgheri Superiore
La costa introduce un’altra grammatica: Fornacelle – Guardaboschi Bolgheri Superiore DOC, con blend e vinificazioni che richiamano l’impronta bordolese, ma tradotta nel timbro mediterraneo bolgherese. È la Toscana che, quando serve, parla anche “internazionale” senza perdere accento.
Orcia DOC, Val d’Orcia oltre le denominazioni celebri
Con Podere Forte – Petrucci Anfiteatro Orcia DOC 2019, il racconto entra in una Toscana meno scontata: altitudini da interno (430–480 m), fermentazioni spontanee e logica da cru. La Val d’Orcia qui non è sfondo UNESCO, ma una piattaforma agricola complessa e contemporanea.
Brunello di Montalcino: due volti, stessa ossessione per il tempo
Il finale è affidato a Montalcino: La Casaccia di Franceschi – Brunello 2019 e Pietroso – Brunello 2020, due interpretazioni che fanno emergere la verità più importante della denominazione: Montalcino è plurale, per suoli, esposizioni, altitudini e quindi stili.
E a fare da controluce, la storia fondativa del Brunello: l’idea, già nell’Ottocento, di presentare un vino dopo anni di riposo come gesto radicale (e vincente) di modernità.
Come ultimo vino, degustato alla cieca, si da uno spazio inaspettato e sorprendente a una piccola deviazione ampelografica: Centesimino (Oriolo), vitigno romagnolo che per anni è stato confuso per via delle note aromatiche erbacee, ma che studi recenti indicano come derivato da un incrocio naturale tra Sangiovese e Moscato Violetto. Una chiusura perfetta che ha vivacizzato e “rinfrescato” di nuovo il palato.
Alice Romiti





















