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Saloni del vino in Francia: informazioni e dritte per acquisti intelligenti

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Dopo tre giorni di assaggi alla kermesse di Cagnes-sur-Mer, destinati alla scelta di come rimpinguare la mia cantina personale, ecco le mie impressioni

In un precedente articolo chi Vi scrive si è dilungato sulle peculiarità dei Salon francesi in cui viene proposta la vendita diretta di vino al consumatore finale da parte dei produttori. Ho evidenziato che una delle loro godibili peculiarità è la possibilità di degustare in comparazione etichette praticamente della totalità delle regioni vinicole francesi. Dopo tre giorni di assaggi alla kermesse di Cagnes-sur-Mer, destinati alla scelta di come rimpinguare la mia cantina personale, ecco le mie impressioni.

1)     L’appassionato italiano si accosta al vino francese con una sorta di disposizione mitologica. Spesso capita che la conoscenza delle varie denominazioni inizi attraverso i nomi più blasonati. Con questa suggestione, si può essere portati ad attribuire al complesso della produzione di una determinata zona un valore collettivo che non è detto abbia nella realtà. L’assaggio dei campioni di piccoli produttori meno conosciuti (a volte c’è un motivo perché lo siano…) riporta sulla terra, anche abbastanza bruscamente: ovvio che le esperienze interessanti non manchino, né numerosi vini effettivamente molto convenienti, ma spesso ci si trova di fronte a campioni discutibili, o comunque poco emozionanti.

2)     La percezione del rapporto qualità/prezzo dipende ovviamente dalle circostanze, ovvero, come detto, la possibilità di acquistare direttamente a prezzo di cantina piuttosto che con il copioso ricarico di un’eventuale importazione. Ciò detto, è parere del sottoscritto, con l’ottica del bevitore appassionato, che il vino francese sia particolarmente competitivo in una fascia di prezzo fino ai 10 €/bt, e più oltre per le etichette top.  Per tutto quello che sta in mezzo, ovvero in un range di costo dai 10 € ai 50 €/bt, i prodotti italiani sono per lo meno altrettanto competitivi, quando non clamorosamente convenienti, in termini di volta in volta di bevibilità, complessità, profondità gustativa, potenziale di evoluzione, ecc.

3)     Per quanto attiene alla degustazione in quanto tale, non pare che il rapporto con il legno usato per l’affinamento sia meno controverso in Francia che non in Italia. In altre parole, più di un vino rosso di una qualche struttura e ambizione era in effetti piuttosto mortificato da note tostate e vanigliate e/o da tannini irrigiditi, dalla tattilità “polverosa”. Il commento dei rispettivi produttori, spesso preventivo, è che il vino ha bisogno di tempo per evolvere, e sconta l’eccessiva gioventù. A più di un’etichetta (non a tutte), una cambiale di possibile longevità la si avalla volentieri, in considerazione di un’ottima acidità, tenuta in generale nella massima considerazione (l’attenzione per l’abbinamento cibo/vino, per cui notoriamente l’acidità rappresenta componente fondamentale, è molto più diffusa che in Italia, e più di una brochure aziendale riporta suggerimenti di pietanze a ciò adatte). Peraltro, sorge alla mente che considerazioni del tutto analoghe si possono fare per numerose referenze del Bel Paese.

4)     L’attenzione alla viticoltura biologica o biodinamica è nata e si è diffusa inizialmente Oltralpe, ma non pare che vi sia una reale proliferazione di aziende a ciò orientate anche se non so quanto il parterre dei partecipanti all’evento di Cagnes-sur-Mer sia rappresentativo. Ciò detto, i vini bio degustati presentavano una confortante attenzione alla grammatica enologica e alla finitura di dettaglio. Ovvero, non sono sdoganate come tipicità puzzette varie ed eventuali troppe volte spacciate per veracità o carattere territoriale.

In termini di prezzi, delle varie zone francesi rimangono a buon mercato: Alsazia (come ho avuto occasione di constatare personalmente in un viaggio in loco nell’estate 2015); Rodano del Sud (Chateuneuf-du-Pape di buona qualità sui 25 €/bt – anche se per le etichette top occorre salire un bel po’ -, e abbondanza di buone occasioni con i Côtes-du-Rhone); Chablis; soprattutto Loira, con tante ottime occasioni di Chenin Blanc (anche se senza le “punte” in cui speravo), in seconda battuta di Sancerre e Pouilly Fumé, e più rarefatta presenza dei migliori Cabernet Franc.

Lo Champagne permane abbastanza conveniente: il prezzo al pubblico Oltralpe però corrisponde più o meno alle tariffe retail praticate dalle importazioni dirette in Italia, e si ha accesso ad esse, comprare oltre confine non è di grande utilità; peraltro, ho assaggiato più di un Cremant assolutamente gradevole, di qualità comparabile e costo ovviamente inferiore. Il Beaujolais ha sfondato la soglia simbolica dei 10 €/bt, ma si reperisce ancora qualche ottima occasione, pur se l’influenza dell’andamento vendemmiale è condizionante.

Sorprendente la quantità di vini intriganti e molto ben prezzati in denominazioni “minori” non sull’orizzonte mediatico, dal Sud Ouest al Jura, un “must” per la future occasioni, inclusi i pochi ma buoni vini della Corsica. Inesauribile la quantità di ottimi Languedoc – Roussillon a prezzi commoventi: per chi ama l’opulenza fruttata magari poco sfumata ma certo non mancante di garbo, davvero imperdibili.

Al contrario, la Borgogna è sempre più difficilmente accessibile.  Metti la scarsa disponibilità di bottiglie; le ultime vendemmie quantitativamente penalizzate dalla grandine; produttori che visto il successo sul mercato hanno innalzato alla fonte le richieste, per etichette e denominazioni sui cui più di un négociant (gli intermediari, in pratica i grossisti) già speculava a profusione. Fatto sta che i prezzi sono schizzati alle stelle, a fronte di una qualità diffusa tutt’altro che impeccabile. In forza del mio sperticato amore per il Pinot Noir e QUELLO Chardonnay, mi sento in dovere di ripetere che queste considerazioni sono assolutamente personali e discutibili. Ciò detto, sulla scorta di un assaggio sistematico praticamente di tutte le referenze borgognone disponibili, velocemente dimenticati numerosi campioni se non altro banali (quando non palesemente difettati), i pochi vini effettivamente buoni avevano prezzi al di là della reale convenienza. Veniva fatto di pensare a cosa si poteva comprare in Italia per le stesse cifre, e il confronto era imbarazzante per i cugini d’Oltralpe.

Per finire, il Rodano del Nord costa semplicemente troppo per quel che vale. Dagli assaggi di Bordeaux mi sono astenuto (vini dolci a parte), per lo scoraggiamento nel riscontrare le richieste per certe etichette. A una futura occasione il compito di riscontrare se in zona, magari nelle denominazioni minori, si possano scovare produttori sorprendentemente appetibili per rapporto qualità/prezzo, o se si tratti dell’ennesima araba fenice.

Cosa ho comprato alla fine? Molto meno di quel che avrei voluto, meno di quel che avrebbe effettivamente meritato: una scorta minima di Champagne, visto che ho i miei fornitori personali in patria; una cassa di Sancerre; molti rossi di pronta beva dal Sud e dal Rodano, con poche bottiglie di Chateauneuf-du-Pape per le grandi occasioni; Chablis e un gradevolissimo Vermentino còrso; più di una referenza di vini dolci (Sauternes compreso). Un nome? Il mio amatissimo Rivesaltes Ambré AOP 1997 del Domaine Cazes, strepitoso Moscato da lungo affinamento, che ha preso elegantissime note ossidative senza abdicare a freschezza e fragranza, con una persistenza immisurabile. Il prezzo? 19 € per una bottiglia da 75 cl…

Riccardo Margheri


Nella foto in alto:

Cagnes sur Mer, il pubblico (Fonte France 3)