Una occasione di visibilità per vini spesso ingiustamente sconosciuti: ecco qualche impressione di assaggio

L’Anteprima delle denominazioni toscane svoltasi al Grand Hotel Baglioni a Firenze il 15 febbraio scorso è stata un contesto inconsueto, strano e divertente di approcciarsi a territori e denominazioni per i quali non è facile poter disporre di numerose etichette in batteria, elaborare confronti, individuare linee distintive. Bene quindi questa occasione di visibilità per vini spesso ingiustamente sconosciuti.  Al contempo era assolutamente necessario rinunciare a qualche spunto di interesse per poter adeguatamente approfondire gli altri. Con questi distinguo e questi limiti, ecco qualche impressione di assaggio.

Insufficiente la selezione dei Morellino di Scansano DOCG, a causa del mancato arrivo della maggior parte delle campionature spedite. I pochi assaggi disponibili hanno confermato l’accattivante morbidezza fruttata della denominazione (come nel Battiferro 2013 de Il Grillesino). Tale qualità (fatte salve le dovute eccezioni come il Calestaia 2007 di Roccapesta) risulta peraltro annichilita dall’affinamento in legno nella tipologia Riserva, che insegue il miraggio del rosso da lungo invecchiamento, e che inspiegabilmente (e fortunatamente per i produttori)  conosce inesausto successo sui mercati esteri.

Più esaustiva la campionatura dei Montecucco, e conseguente consueta, un poco frustrante impressione di “vorrei ma non posso” per il complesso della denominazione. Se nel corso del tempo la precisione enologica si è certamente elevata, rimane l’impressione di un legno leggermente invasivo in più di un’etichetta, e troppo largo è lo iato tra gli assaggi migliori ed il resto della selezione. Migliori in quanto più compiuta espressione di un territorio dal grande potenziale non ancora completamente espresso, sia in termini di suoli vulcanici su sostrato argilloso (fermezza tannica e profondità sapida), sia di altezza sul livello del mare dei vigneti con relativa escursione termica giorno/notte (complessità aromatica e maturità fenolica), oltre che di ottima ventilazione (minore frequenza delle malattie fungine).

Sugli scudi, manco a dirlo, il Santa Marta 2011 di Salustri, denso di frutto, fitto nel tannino e già in allungo balsamico, anche se non ancora del tutto aperto aromaticamente; ma anche il 2012 L’Addobbo di Vegni & Medaglini, non perfetto al naso ma di piacevole nervosità e buona persistenza su toni elegantemente evoluti al palato; e il Sangiovese Ris. 2010 di Assolati, moderno senza eccessi al naso, di buon volume (anche alcolico) ed equilibrio al palato.

Divertente il pout pourri della DOC Maremma Toscana, denominazione ombrello creata anche per sfruttare l’appeal di un territorio assurto agli onori della cronaca con alcuni vini dall’impressionante impatto gusto-olfattivo (stile “di più è meglio”). Tale e tanta la varietà di uvaggi, ambienti pedo-climatici, stili, che risulta una contraddizione in termini individuare un contesto comune, a parte i lodevoli sforzi dei produttori di raggiungere un equilibrio migliore e una bevibilità più godibile, in questo includendo anche le conterranee DOC di Bianco di Pitigliano e Sovana. Chi Vi scrive saluta con sincero piacere questo trend addirittura insospettabile solo pochi anni fa, e tutti gli assaggi che mi hanno maggiormente colpito riprendono questa falsariga. Bene l’apocrifo Greco (di Tufo) macerativo Numero 10 2011 di Sassotondo, che declina i sentori agrumati degli orange wines e la leggera tannicità del vitigno in un palato quasi da rosso.

Della stessa azienda, il classico Ciliegiolo Sanlorenzo 2011 avrà bisogno di molto tempo, mentre (con lo stesso vitigno) promette un godimento più immediato il carattere floreale (geranio) del campione di vasca del Maremma Toscana DOC 2014. Ancora in ambito DOC, l’azienda Il Sassone conferma per l’annata 2011 la propria attitudine a delineare vini freschi ed eleganti, sia con il Syrah Confiente, dall’allungo balsamico, sia con il Ciliegiolo Poggiocurzio. Altrettanto ben disegnati, dalla grana del tannino ai toni balsamici, il Cabernet (Franc) Botrosecco di Antinori, vino di punta della splendida tenuta de Le Mortelle, e, nella sua semplicità, il Syrah 2013 di Maremmalta. Note meno liete da Rocca di Frassinello (un 2012 dalla dolcezza un po’ troppo artificiosamente insistita) e Poggio Foco (un po’ stanche le annate presentate). Infine per gli IGT storici del territorio, meglio l’Avvoltore 2010 di Moris Farms recentemente assaggiato che non il 2007 disponibile all’Anteprima, anche se l’acidità brillante ne promette ulteriore rifinitura.

Anche per la DOC Bolgheri, la varietà delle annate dei campioni presentati praticamente impediva di rinvenire un filo conduttore, anche se forse l’impatto del frutto (ove presente…) era più monolitico delle sfumature apprezzate in Maremma. Tra le etichette storiche della denominazione, due le nuove uscite 2012 presentate: molto meglio Ornellaia (tannino maturo, gradevole avvolgente maturità anche se un po’ piaciona) di Guado al Tasso (ha certamente bisogno di tempo, ma sorge il legittimo dubbio che alla fine riesca effettivamente a digerire il legno e a superare la presente rigidità di tannino).

Altro DOC Superiore ben delineato il Renzo 2012 di Tringali Casanova, largo ed equilibrato al palato nella sua semplice dolcezza. Almeno per adesso, invece leggermente sotto tono I Luoghi, con dei 2011 comunque eleganti ma un poco più rigidi nel tannino del consueto, e il Guado de’Gemoli 2011 di Giovanni Chiappini, piuttosto magro a centro bocca e vegetale nel finale. Al solito, qualche buon Bolgheri annata di immediata godibilità (Cont’Ugo 2012, Caccia al Palazzo 2012 di Di Vajra).Ma francamente, l’articolazione e la freschezza aromatica rinvenuta negli assaggi maremmani avevano qualcosa in più.

Chi Vi scrive ha consapevolmente trascurato i Carmignano DOCG, avendo l’opportunità di assaggiarli in altra occasione. Doverosa però la citazione per lo strepitoso Vinsanto Ris. 2008 di Capezzana, forse meno concentrato di altre annate ma dagli immacolati sentori di frutta sciroppata e dalla travolgente acidità.

L’omissione di cui sopra mi ha peraltro consentito di dedicare maggiore tempo alla DOC Orcia, altra denominazione che meriterebbe (ma quale non la meriterebbe, in Toscana…) un’attenzione più sinottica (occorrerebbe recarsi in loco per la locale tradizionale festa del vino, ad aprile). I vini migliori esibiscono un’affascinante commistione di terrosità e dolcezza di frutto (anche al limite della ciliegia sotto spirito), ma alcune Riserve, nell’ambizione di emulare il limitrofo Brunello di Montalcino, si irrigidiscono su un legno in eccesso che le banalizza e ne annichilisce la fragranza. (oppure al contrario le etichette  base  possono risultare un poco evanescenti). Infatti, meglio l’Orcia Rosso Frasi 2010 di Capitoni (affascinanti note di cioccolato e balsamichr) della Riserva 2011. O il Sesterzo 2012 di Poggio Grande (molto Sangiovese nelle sue note di scorza di arancia amara, appena leggerino e finemente evoluto al palato) dell’annata 2007.

La Riserva più risolta assaggiata è stata il Terre di Sotto 2011 del Castello di Ripa d’Orcia (naso variegato anche con  toni di goudron, bocca di buon volume ed equilibrio). Accattivanti ma semplici (quasi troppo…) il Sangiovese Tribolo 2010 di Podere Albiano e il Rosso 2011 Lacrime d’Orcia dell’azienda dall’imperdonabile nome di Beom Bé.

Qualche assaggio spot di livello nelle denominazioni residuali. Ad es., come sempre piacevolmente “gastronomico” il Colline Lucchesi Rosso 2011 di Fabbrica di San Martino, appena più stucchevole e asciugante del solito nel finale. Molto indietro (e non è una sorpresa in questo momento dell’anno) il Tenuta di Valgiano 2012, ma rilevante la presa tannica e la spinta acida. E infine, il desiderio di esplorare più a fondo il territorio della denominazione Valdarno di Sopra, con alcuni vini degustati immeritatamente in coda alla degustazione, ma di grande fascino: il Sangiovese Ris. 2012 del Castello di Montozzi, dalla deliziosa ampiezza floreale al naso impeccabilmente riprodotta al palato; il DOC Ruschieto 2012 de La Salceta, solo da pochi giorni in bottiglia, di piacevole trama tannica e non banale sapidità; e della stessa azienda il Rosato Osato 2014, insolitamente Cabernet Franc in purezza, che rende dignità a una categoria troppo spesso massacrata da abborracciati scarti di cantina.

Riccardo Margheri