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Romagna Sangiovese: il dilemma tra tradizione e ambizione

I locali cloni di Sangiovese sono tendenzialmente, con i dovuti distinguo, più profumati e meno ricchi di estratto rispetto ai loro cugini toscani
Romagna Sangiovese: il dilemma tra tradizione e ambizione

Il servizio Sommelier

Lo scorso 19 febbraio chi Vi scrive ha avuto l’occasione di partecipare a Vini ad Arte, l’anteprima del Romagna Sangiovese DOP svoltasi a Faenza nel locale Museo della Ceramica.

In Romagna il Sangiovese è una religione. Se per gli appassionati toscani esso è associato alle storici comprensori regionali come Montalcino e il Chianti, al di là dell’Appennino il “Sanz-ves” ha valenza di per sé, e non è un caso che molti, erroneamente, lo considerino originario proprio della Romagna. Al fine di maggiormente affermare l’espressione del vitigno correlata alla specificità dei territori di produzione, il consorzio di tutela nel 2011 ha variato il nome ufficiale della denominazione da “Sangiovese di Romagna” a “Romagna Sangiovese”, e ha istituito ben 12 menzioni geografiche aggiuntive (cioè sottozone), talvolta ammesse solo per la tipologia Riserva. Il velato intento è quello di emendarsi da un’immagine del Sangiovese romagnolo come vino beverino e disimpegnato, e valorizzare le etichette più ambiziose in termini di longevità potenziale, sottoposte a pratiche di vinificazione volte ad ottenere maggiore struttura, nonché ad affinamenti in legno prolungati.

Dopo una breve ma intensa sessione di assaggio, che mi ha consentito di spaziare tra i caratteri identitari veri e presunti delle rispettive sottozone, l’impressione è che l’incremento qualitativo complessivo sia palpabile, ma che la definizione stilistica sia un processo ancora in corso. Ovvero, i produttori romagnoli sono alla ricerca della quadra tra bevibilità immediata e maggiore complessità.

I locali cloni di Sangiovese sono tendenzialmente, con i dovuti distinguo, più profumati e meno ricchi di estratto rispetto ai loro cugini toscani. Così, con la rilevante eccezione delle sottozone di Predappio e Bertinoro, più di una Riserva pare scontare il desiderio di presentarsi come vino “più importante” con una certa rigidità tannica e una presenza del legno invasiva. Con, tra l’altro, più di una referenza 2013 stranamente “stanca”, come fosse precocemente in fase di evoluzione. Mentre, al contrario, numerosi vini di più pronta beva si distinguono per una piacevolezza immediata con pochi confronti, e non è che ciò li svilisca, anzi, tanto più che i prezzi di vendita sono quanto mai competitivi.

Nello specifico delle degustazioni, da Predappio bene i vini di Zanetti Protonotari Campi (Riserva ’13 saporita e persistente); Stefano Berti (Nonà Sangiovese Superiore ’15, reattivo di acidità e futuribile); Noelia Ricci (stilizzato ed elegante Il Sangiovese ’15); il Sup. Federico ’15 de La Pandolfa (profumato e dal tannino ben estratto); mentre la grande materia della Cuvée Riserva Palazza ’13 di Drei Donà ha bisogno di ulteriore tempo (che volentieri gli concediamo) per risolvere il rapporto col legno.

Da Bertinoro, anche la Ris. Ombroso ’12 di Giovanna Madonia ha bisogno di tempo, che la sapidità certo non gli manca per dispiegarsi aromaticamente, pure se annate precedenti ci erano parse più pimpanti; più compiuto il P. Honorii Bertinoro Ris. ’12 di Tenuta La Viola, fresco ed equilibrato (tra l’altro, una delle poche referenze che rivendica esplicitamente la sottozona in etichetta). Da Marzeno, il Sup. Ceregio ’15 della Fattoria Zerbina ha volume al palato e presa tannica: col tempo potrebbe smaltire la leggera sensazione amaricante sul fin di bocca.

Tra i vini di più diretto approccio, molto bene il Sup. Palazzina ’15 di Tenuta Casali, fintamente semplice, dall’accattivante succosità, fresco e saporito; e beva più o meno irresistibile, nella loro Immediatezza, per il Lona Bona ’16 di Trerè, il Sup. Morale ’15 di Poderi Morini e il Campo di Mezzo ’16 di Tre Monti.

In conclusione, il futuro del Romagna Sangiovese appare luminoso. L’appassionato può rinvenire etichette dal prezzo conveniente, di beva spensierata e di crescente carattere. Un plauso ai produttori che sanno valorizzare l’identità affatto personale di questo vitigno: la sua cangiante plasticità in rapporto al territorio richiede una paziente applicazione per essere pienamente compresa, ma le soddisfazioni che ne potranno scaturire promettono di essere addirittura superiori a quelle attuali.

Riccardo Margheri

Fonte immagini: Consorzio Vino di Romagna


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